|
ISCRIVITI
|
Se non hai ancora un tuo account puoi Crearlo Qui!.
Come utente registrato potrai ricevere la nostre News sul tuo E-Mail
Poichè i commenti degli articoli sono stati attaccatio da virus che propagandano siti pornografici, sono disabilitati Puoi inviare commenti e/o articoli di risposta alla nostra E-mail
|
|
| .: Recensioni :. |
 | |
|
|
| |
DA GREENREPORT.IT
|
|
|
da greenreport.it
|
|
|
In Sardegna si vivono in queste ore momenti difficili a causa della protesta dei pastori che chiedono al Governo maggiori attenzioni per sostenere e superare la crisi che affligge il settore. Di fatto il latte prodotto in Sardegna viene svenduto e
I pastori sono le sentinelle della Sardegna: conoscono il territorio e lo curano prevenendo con la manutenzione molti problemi. Con i pastori anche gli agricoltori. I gruppi, che oggi hanno affrontato il terzo round di proteste, bloccando l’aeroporto di Olbia, sono guidati da Felice Floris presidente del Movimento Pastori Sardi.
Spiega Floris:
Tutto quello che pastori e agricoltori producono vale sempre meno, mentre aumentano in maniera ingiustificata i costi di produzione. Situazione che sta distruggendo ovunque in Sardegna decine di aziende, mentre la giunta regionale continua a fare promesse che ormai non incantano nessuno, senza adottare le misure urgenti contenute nella piattaforma presentata dal Movimento. I pastori non ne possono più. Stato e Regione, dopo averci incoraggiato a investire nell’ammodernamento delle aziende, non tutelano le produzioni agricole e zootecniche in sede europea e ora gli allevatori sono carichi di debiti e ogni giorno rischiano il fallimento.
|
|
|
da nigrizia.it
|
|
|
- ROMA, 2 AGO - Arriva nelle scuole il menu' a km zero. A mensa saranno serviti piatti equilibrati utilizzando varieta' stagionali e proposte regionali. La novita' - precisa la Coldiretti - e' contenuta nelle linee guida per la ristorazione scolastica fissate dal ministero della Salute. Niente ciliegie o pesche a Natale, dunque, ma dolci arance in Sicilia, mele nel Veneto o mandarini in Basilicata ed anche altri esempi basati sui prodotti tradizionali che potrebbero essere consumati nelle diverse regioni
|
|
|
da repubblica.it
LUNEDÌ, 12 LUGLIO 2010
Buttiamo troppo cibo un decalogo antispreco
ROMA - In Italia si butta una quantità di cibo sufficiente a sfamare tutti gli spagnoli. Non solo: 4mila tonnellate di alimenti vengono acquistati dagli italiani e buttati ogni giorno, 6 milioni in un anno. Non siamo i soli a sprecare. In Gran Bretagna si gettano nella spazzatura 6,7 milioni di tonnellate di cibo all´anno. In Svezia le famiglie buttano il 25 per cento degli alimenti acquistati. Ma arriva un decalogo antispreco.
ANTONIO CIANCIULLO
ROMA - Nella cultura contadina lasciare un frutto sulla pianta al momento del raccolto era considerato un segno di empatia verso la natura, un sottolineare le radici comuni. La modernità ha trasformato questo atto simbolico in uno spreco colossale. In Italia tra il momento in cui pomodori e zucchine abbandonano i campi e quello in cui finiscono nel nostro piatto si butta una quantità di cibo sufficiente a sfamare tutti gli spagnoli. Non solo: si parla di 4mila tonnellate di alimenti acquistati dagli italiani e buttati in discarica ogni giorno, 6 milioni in un anno.
E in questo impegno dissipatorio siamo in buona compagnia. In Gran Bretagna si gettano ogni anno nella spazzatura 6,7 milioni di tonnellate di cibo ancora perfettamente utilizzabile e 10 miliardi di sterline. In Svezia ogni famiglia butta in media il 25 per cento degli alimenti acquistati. Negli Stati Uniti si arriva al 40 per cento. Numeri impressionanti e destinati a salire visto che dal 1974, nel mondo, lo spreco alimentare è aumentato del 50 per cento e continua a crescere. Per invertire questo trend è partita la campagna «Un anno contro lo spreco 2010», ideata da Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria dell´università di Bologna, e promossa da Last Minute Market con il patrocinio del Parlamento europeo. Gli organizzatori, con il sostegno di Eni e Telecom, premieranno le buone pratiche e organizzeranno a Bruxelles e a Bologna pranzi contro lo spreco basati su un menu prodotto con alimenti di recupero: cibi perfetti sotto il profilo sanitario e organolettico ma in origine destinati alla discarica.
E qualcosa si sta già muovendo in direzione di una correzione di rotta. Da uno degli ospedali di Bologna si recuperano ogni giorno 30 pasti pronti presso la mensa, per un valore complessivo di oltre 35 mila euro all´anno. A Ferrara si recuperano, presso le farmacie comunali, farmaci da banco per 11.300 euro all´anno. A Verona otto mense scolastiche recuperano 8 tonnellate all´anno di prodotto cotto che corrispondono a circa 15 mila pasti. «Vogliamo moltiplicare questi casi positivi in tutta Italia», propone Segrè. «Gli sprechi vengono spesso visti a senso unico, guardando solo attraverso la lente etica. Ma non è dando ai poveri gli avanzi dei ricchi che si può pensare di risolvere squilibri sociali che vanno affrontati con altri strumenti. Lo spreco alimentare è innanzitutto il fallimento del mercato, la negazione della logica dell´efficienza senza la quale l´impatto dell´esistenza umana è destinato a diventare insostenibile. In Italia buttiamo una quantità di cibo sufficiente a sfamare tre quarti della popolazione. È una perversione del sistema produttivo creata da meccanismi che incentivano gli sprechi perché non riconoscono il valore del danno ambientale prodotto e il suo costo per la collettività: ogni tonnellata di rifiuti alimentari genera 4,2 tonnellate di CO2». L´originalità di questa campagna, che verrà presentata mercoledì prossimo nelle sede romana del Parlamento europeo, è riassunta dallo slogan «-Spr+Eco, Formule per non alimentare lo spreco». Uno spreco che riguarda tutte le fasi della filiera alimentare. Nei nostri campi rimane a marcire la stessa quantità di frutta e verdura che consumiamo. La distribuzione al dettaglio butta il cibo sufficiente a fornire tre pasti ai giorno agli abitanti di Genova. L´industria agroalimentare produce sprechi che alimenterebbe il Veneto per un anno.
Oltre a intervenire nel momento della raccolta e della lavorazione, bisogna riorganizzare anche la distribuzione. «Ad esempio», suggerisce Segrè, «quando noi prendiamo uno yogurt da uno scaffale del supermercato e vediamo che scade dopo un paio di giorni lo rimettiamo a posto e ne cerchiamo un altro che dura di più. Così finisce che quel vasetto di yogurt, ancora buono, si trasforma in rifiuto con un danno economico per tutti, perché il costo dello spreco viene caricato sugli altri yogurt. Perché allora non venderlo con uno sconto?»
|
|
|
STRASBURGO - Non sara' piu' possibile commercializzare nell'Unione europea legno abbattuto in modo illegale: il parlamento europeo ha approvato una legge che prevede il bando entro due anni di questo tipo di commercio,attraverso un sistema di sanzioni. La legge prevede che gli importatori di legno garantiscano la legalita' delle loro importazioni e obbliga gli operatori a indicare dove e' stato comprato il legno e a chi e' stato venduto. Gli stati membri dovranno sanzionare le illegalita'.
''Questa legge europea rappresenta una grande novita' a livello internazionale'', ha commentato l'eurodeputata ecologista finlandese Satu Hassi, che ha negoziato il testo trai 27 Stati Ue. Secondo l'Onu, il legno abbattuto illegalmente rappresenta un volume compreso tra i 350 e i 650 milioni dimetri cubi l'anno, pari al 20-40% della produzione mondiale, con gravissime conseguenze sulla deforestazione e, di conseguenza, sull'aumento delle emissioni di gas ad effetto serra.
''In 644 votano per salvare i polmoni verdi del Pianeta'', ha commentato Massimiliano Rocco, responsabile TRAFFIC e Timber Trade del WWF Italia
''Questa legge è un segnale di divieto di accesso per tutti i produttori e commercianti di legno senza scrupoli che finora hanno operato nei nostri mercati'', ha affermato Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia
|
|
|
APPENA VERRA' PUBBLICATA LA LEGGE SULLE INTERCETTAZIONI PURE IL NOSTRO SITO RIPRENDERA' I TESTI PROPOSTI DALLA STAMPA LIBERA E NON PIU' PUBBLICABILI PER CUI ANDREMO TUTTI IN GALERA -COME I PARTIGANI-PER LA DIEFSA DELLA LIBERTA' E DELLA DEMOCRAZIA !!!
|
|
|
E io
mi faccio l'orto!
Spuntano come funghi gli orti sociali, aree coltivabili divise in microappczzamenti dove la domenica le famiglie si riuniscono anche per far giocare ì bambini e per mangiare insieme la verdura raccolta. È un fenomcno di tendenza affiancato dalla pratica della col-tivazionesu terrazzi c davanzali di piccoli ortaggi e da quella più eclatante dei guerrìlla farmers, persone che armate di zappetta e annaffiatoio "occu-
pano" anche minuscole aiuole scampate al parcheggio selvaggio o aree più estese abbandonate a se stesse e a rischio di cementificazione per coltivare finocchi, cipolle c zucchine.
E poi ci sono gli appassionati di orticoltura che trasformano cortili e piccole aiuole in incubatori di piante a rischio di estinzione: varietà autoctone che le coltivazioni intensive hanno abbandonato preferendo ibridi più ,prolifici e resistenti. Ha fatto scuola in questo senso il progetto/milanese Lunedì Sostenibili al quartiere Isola, serate dedicate al verde e alla socialità dove le per-sone che si occupano di verde urbano etico si scambiano opinioni e sementi all'ìnsegna di un sogno comune: ritrovare il contatto con la ciclicità della vita difendere li biodiversità anche a tavola.Del resto ¡milanesi sono sempre sta-ti sensibili alterna. Lungo i binari del tre-
no l'autoproduzione di verdure e piccoli frutti era il vanto di tante famiglie: lo storico Centro sociale della Rizzoli Quotidiani di via Cefalù, fortemente voluto dall'allora azionista, Maria Giulia Crespi, da oltre cinquantanni sfoggia i suoi cento piccoli orti sociali dove si coltiva di tutto in libertà. Unico limite imposto: metodi bio e niente patate (facili prede di parassiti).
Curare un orto fa bene allo spirito.
non a caso è una delle pratiche imprescindibili in ogni convento, stimola la creatività e fa risparmiare. L'alimentazione ecosostenibile in città fino a poco tempo fa era appannaggio solo di chi si poteva permettere di spendere il triplo di una spesa normale per una fatta secondo criteri bio. La diffusione dei gruppi d'acquisto solidale e la neonata voglia di "verdura fai da te" sta cambiando le cosc. E le associazioni am-
bientaliste stanno lavorando sodo. Le-gambiente ha siglato un protocollo d'intesa con la Regione Lazio per la nascita di nuovi orti urbani a Roma, mentre Italia Nostra con il progetto "Orti Urbani" in accordo con Anci (associazione comuni italiani) invita enti e privati titolari di aree verdi a destinarle all'arte del coltivare anche per la vendita diretta a prezzi politici
|
|
|
La tutela del paesaggio come valore fondante della democrazia
Data di pubblicazione: 19.06.2010
Autore: Paba, Daniela
«Presentato a Cagliari Memorie di un urbanista. Salzano racconta la sua vita e la storia dell’Italia». La Nuova Sardegna, 19 giugno 2010
CAGLIARI. Se il rapporto tra urbanistica e politica non passa attraverso il partito degli affari, ma sceglie come luogo d’incontro la tutela del paesaggio, « Memorie di un urbanista» diventa un testo indispensabile.
Il libro è stato presentato al Ghetto di Cagliari, con un incontro organizzato dai Presidi del libro, cui hanno partecipato insieme all’autore Edoardo Salzano, anche Renato Soru, Sandro Roggio, e Gianvalerio Sanna che con il grande urbanista napoletano hanno lavorato alla realizzazione del Piano paesaggistico regionale. «La stesura del libro è iniziata dieci anni fa, e la ragione per cui l’ho scritto è emersa man mano che l’Italia cambiava in peggio - ha esordito Salzano - La cancellazione della storia nella testa degli italiani ha provocato cose terribili: la maggior parte dei giovani non sa nulla ed è convinta che tutto si riassuma nel presente. Questo vuol dire che non c’è alternativa ai Cappellacci che vediamo. Riconquistare la storia è un’operazione decisiva per dare spessore al passato e prospettiva al futuro».
Per rendere il suo pensiero azione concreta, Salzano cura personalmente il sito eddyburg.it dove discute tutto ciò che riguarda città e paesaggio, ma anche vita e poesia, in un’ottica che riunisce uomo e ambiente, lavoro e cultura, ed è oggi strumento operativo per amministratori, urbanisti, filosofi, ambientalisti, reti di cittadini. Il grande urbanista ha ricordato l’incontro con Soru che esponeva le linee guida del Piano: «La valorizzazione non ci interessa. Vorremmo che le coste della Sardegna esistessero ancora fra cento anni, che pezzi di territorio vergine ci sopravvivano». Un’intuizione che per l’ex presidente risale alla comprensione «del valore immenso del silenzio e del buio di uno stazzo intatto in Costa Smeralda. Oggi ho un solo cruccio: non aver avuto il tempo di lavorare sulle zone rurali interne».
Al piano sardo Salzano ha dato contributi d’idee e sensibilità ma anche la dimensione serena di un padre credibile, capace di tenere insieme studiosi di discipline estranee. Come ha spiegato Gianvalerio Sanna: «La grande povertà della Sardegna è una concezione proprietaria del terreno, che prima di essere tuo è un bene collettivo». Consapevole dei guasti attuali Salzano mantiene saldo l’ottimismo gramsciano e cita la scuola di Barbiana dove i giovani imparano che «Il mio problema è il problema di tutti, risolverlo da soli è avarizia risolverlo con gli altri è politica». La stessa politica che difende Tuvixeddu e la Riserva dello zingaro vicino a Trapani, un lembo di terra che la regione Sicilia voleva lottizzare fermata con una catena umana. È la cittadinanza attiva.
|
|
|
MailRubricaAgendaBlocco NoteMail sul cellulareOpzioni Opzioni MailColoriPassa alla nuova Mail
Opzioni
Ricerca mail
Prova la nuova Yahoo! Mail Voglia di
scarpe?
Cartelle[Aggiungi una nuova cartella]In arrivo (19)BozzeInviatiAntispam[Svuota tutti i messaggi dalla cartella Antispam]Cestino[Svuota tutti i messaggi dalla cartella Cestino]Cerca negli ShortcutLe mie fotoI miei allegatiChat[Nascondi]Sono Disponibile1 Contatto online[Aggiungi]ileana bego - Non in elenco? Nuova chatImpostazioni
Vai al messaggio Precedente | Vai al messaggio Successivo | Torna ai messaggiSegna come non letto | Stampa
RispondiRispondi a tuttiSposta... Segnala questo messaggiouno sviluppo con le gomme a terraMartedì 22 giugno 2010, 06:59Da: "ANDREA AGOSTINI" Aggiungi mittente alla RubricaA: Undisclosed-Recipient@yahoo.comda Eddyburg
Uno sviluppo con le gomme a terra
Data di pubblicazione: 20.06.2010
Autore: Ravaioli, Carla
Le scelte della “green economy” hanno un senso positivo solo se nel quadro di un completo ribaltamento della logica del sistema. Il manifesto, 20 giugno 2010
Dobbiamo un caloroso ringraziamento a Guido Viale. Mentre nessuno - anche tra i pochi che continuano a resistere - sembra intravedere un'alternativa a quella sorta di Tempi moderni in forma di contratto aziendale, proposto da Marchionne ai lavoratori di Pomigliano; mentre un gruppo di economisti di sinistra audacemente propone una tassazione a carico di rendite e capitali, ma al fine di assicurare forte ripresa e stabile sviluppo, quale unica garanzia di occupazione; Viale afferma che il "piano A" previsto per Pomigliano (cioè produrre e vendere in Europa 30 milioni di auto all'anno) è inattuabile: il mercato europeo non tirerà affatto come si vorrebbe e anche Marchionne lo sa. (il manifesto, 16 giugno, p. 1-10)
Il fatto è - spiega tranquillamente Viale - che «l'auto è un prodotto obsoleto, che nei paesi ad alta intensità automobilistica non può che perdere colpi: tirano per ora solo i paesi emergenti, fino a che il disastro ambientale, peraltro imminente, non li farà recedere anch'essi». E però «è ora di dimostrare che non è vero che non c'è alternativa. L'alternativa è la conversione ambientale del sistema produttivo - e dei nostri consumi - a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti e nocivi: tra i quali l'automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti».
Troppo semplice? Semplicistico? Ma a volte è questo il modo migliore per imporre idee che soltanto qualche inascoltato temerario ha il coraggio di formulare. Alla sua maniera diretta e spiccia, Viale della crisi ecologica planetaria, e dell'urgenza di affrontarla e possibilmente risolverla, dice sostanzialmente tutto. A partire dai governi che «continuano a riempirsi la bocca con la parola crescita, e stanno riportandoci all'età della pietra»; che buttano miliardi «nel pozzo senza fondo delle rottamazioni», mentre orientano cospicui «flussi finanziari a cementificare il suolo, a rendere irrespirabile l'aria delle città e impraticabili le strade e le piazze, a riempirci di veleni rendendo sempre più sterili i suoli agricoli»; che insistono nel disattendere le direttive di Kyoto pagando di conseguenza cospicue penali.
Debbo dire però che, se questa denuncia di una situazione-limite, e però radicata su un fatto inoppugnabile e tremendo come l'incombente catastrofe ecologica, mi pare quanto mai utile, un po' meno mi convincono le soluzioni - alcune almeno - che Viale propone. Le fonti di energia rinnovabile come alternativa alle energie fossili, innanzitutto. Non perché non abbiano una loro valenza positiva, e non è un caso che siano nate in ambito ambientale, pensate come alternativa alle energie fossili non solo estremamente inquinanti, e infatti tra le cause prime del mutamento climatico, ma in via di rapido esaurimento. Non può però non sollevare interrogativi il fatto che la proposta con entusiasmo venga fatta propria e rilanciata dal sistema, ai fini di una green economy, capace di imporsi sui mercati come green business, con alta green competitivity, al fine della più robusta "green growth", ecc. Cioè per la continuità dell'attuale logica produttivistica, quella che Viale giustamente indica come causa prima del dissento ambientale. Non intendo negare l'utilità di queste nuove tecniche, ma credo che possano risultare davvero efficaci solo all'interno di una mutata logica produttiva, come quella che appunto Guido Viale auspica.
L'altra affermazione di Viale su cui ho qualche riserva, è che la conversione ecologica si costruisca dal basso, sul territorio: «fabbrica per fabbrica, campo per campo, quartiere per quartiere, città per città», come «il prodotto di mille iniziative dal basso». Non c'è dubbio che tutto ciò sia frutto di una sensibilità al pericolo ambiente ormai largamente presente a tutti i livelli, ma soprattutto forse proprio tra i ceti popolari; e questo certo può costituire l'humus più fertile per lo sviluppo di forze e politiche impegnate nella difesa dell'ambiente. Non so però se tutto ciò di per sé possa rappresentare la soluzione di un problema di portata planetaria. determinante per l'equilibrio di tutti i paesi, quale la sempre più terrificante crisi ecologica. Un mondo oggi definito e sostanzialmente governato dalla globalizzazione. Innanzitutto globalizzazione economica: conseguenza dell'evolversi e dilatarsi del capitalismo, che dovunque ha portato i suoi prodotti e i suoi modi di produzione. Ed è certo anche globalizzazione culturale, che il continuo potenziamento dei mezzi di comunicazione, la crescita del turismo di massa, la velocità dei sistemi di trasmissione microelettronica, rendono sempre più penetrante e determinante di modi e modelli di vita, e della loro omogeneizzazione. Non esiste però una globalizzazione politica: una mancanza di cui si avverte ormai urgente il bisogno, innanzitutto proprio ai fini della salvaguardia dell'equilibrio ecologico; quello almeno che ne rimane.
Compito immane, certo, ma forse non impossibile. Che potrebbe (dovrebbe?) far proprio anche quello che Viale indica come primo impegno di riconversione ecologica della produzione: cioè gli armamenti, cui dovrebbe seguire l'automobile. E proprio l'importanza strategica del tema "armamenti" esigerebbe una convergenza di consultazioni e delibere a livello planetario. Come dire, una sorta Bretton Woods del XXI secolo...
Utopia? In qualche modo sì. Ed è quello che sempre si rinfaccia a chiunque avanzi ipotesi del genere. La guerra è sempre esistita: questa è l'obiezione immediata. Ma è anche vero che la storia è fatta di cose che prima non c'erano, e di molte altre, durate per secoli e millenni, poi irrecuperabilmente finite. E poi: una crescita produttiva continua, senza limiti di tempo né di quantità, non è un'utopia? Una tremenda utopia negativa?
Resta tuttavia un altro interrogativo, di importanza cruciale: chi, quale soggetto politico o istituzionale, sarebbe oggi in grado di affrontare tale impegno e farsene carico? Secondo logica e storia, toccherebbe alle sinistre: le quali - anche se nessuno pare ricordarsene - sono nate per combattere il capitalismo. Ma è credibile che le sinistre attuali, quello che ne resta, trovino spinta sufficiente a recuperare quell'obiettivo? Basterebbe il coraggio di guardare la realtà, come suggerisce Viale, per concludere con lui: «Si tratta di dire, saper dire, che cosa si vuole»?
|
|
|
Gentili
con la presente alleghiamo il programma della conferenza:
"OGM: Scienza Natura e Diritto"BOLOGNA 22 giugno 2010 Sala Dello Zodiaco - Provincia di Bologna, Via Zamboni 13
ringraziandovi per la vostra partecipazione all'iniziativa
Prof. Giuseppe Altieri, Agroecologo
Docente Ordinario di Fitopatologia, Entomologia, Agricoltura Biologica
Studio AGERNOVA - Servizi Avanzati per l'Agroecologia e la Ricerca
Loc. Viepri Centro 15, 06056 Massa Martana (PG)
tel 075-8947433, Cell 347-4259872P. IVA 02322010543Email: agernova@libero.it
http://www.agernova.it
www.mangiacomeparli.net
Conferenza
OGM: Scienza Natura e Diritto
Bologna 22 giugno 2010. h 19
Sala Dello Zodiaco - Provincia di Bologna
Via Zamboni 13
Partecipano:
Prof. Giorgio Celli, Etologo - Università di Bologna
Prof. Giuseppe Altieri, Agroecologo – Studio Agernova
Prof. Michele Trimarchi, Neuropsicofisiologo - Presidente ISN, Candidato Nobel per la pace 1986
Dr. Morando Soffritti - Direttore Scientifico Istituto Ramazzini, Bologna
Proiezione dell’Opera “Respiro di Terra”, Regia di Enrico Bellani, 1974 (30 minuti)
Dibattito
-------------------------------------------
in collaborazione con ECOLOGISTI SPA
e il sostegno di
NATURA SI - BOLOGNA
---------------------------------------
Comunicato Stampa Agernova
Il "Codice ecologico perfetto"
Confermati da numerose ricerche scientifiche indipendenti i pericoli per la salute e per l'inquinamento irreversibile dell'ambiente, sembra proprio che il futuro transgenico sia tutt'altro che roseo: forse è meglio scendere dal treno carico di OGM, prima che si schianti.
Soglie di tolleranza di sostanze pericolose (frammenti di DNA transgenico, residui di Pesticidi, Diserbanti, ecc.) negli alimenti, addirittura senza necessità di etichettatura fino a 9 grammi per kg di componente alimentare nel caso degli OGM, sono contrarie al principio costituzionale di uguaglianza tra gli esseri umani, mettendo a rischio la salute dei più deboli e più sensibili, come i nostri bambini e le nostre cellule riproduttive, ancora in via di sviluppo o indifferenziate e, pertanto, molto più soggette all'azione degenerativa delle sostanze pericolose.
Non c'è scienza nelle rozze tecnologie di manipolazione del DNA. La vera scienza sta nello studio ed utilizzo della Biodiversità naturale, determinata dal proprio DNA, "codice ecologico perfetto" evolutosi in miliardi di anni di vita sul pianeta Terra. "L'inviolabilità della memoria genetica di tutti gli esseri viventi, regolata da leggi fisiche naturali, è sancita dalla Carta dei Diritti Umani, per il rispetto della vita", come ci ricorda il Prof. Michele Trimarchi, candidato Premio Nobel per la Pace nel 1986.
E' necessaria pertanto una Bando Nazionale ed Internazionale sulla produzione, l’importazione e il rilascio ambientale di OGM, orientando la Scienza del terzo millennio, che deve appllicare il paradigma di "Conoscenza, ed utilizzazione ecologica della natura". Passando dall'economia della malattia e della morte a quella della vita e della Cura del Benessere
Dobbiamo liberare l'agricoltura dall'Industria chimica dei Pesticidi e della trasformazione agro-alimentare e, soprattutto, dal Commercio speculativo.
L'Europa ha stanziato 200 miliardi di € per lo Sviluppo Rurale Agroecologico, dal 2007 al 2013.
In Italia oggi abbiamo ancora oltre 17 miliardi di € da spendere per le finanziarie agricole, i Piani di Sviluppo Rurale Regionali (PSR).
Soldi che rischiano di tornare a Bruxelles, per mancanza di volontà di riconversione biologica dell'Agricoltura da parte delle regioni, tanto che il governo pensa a un Piano Nazionale di Sviluppo Rurale, scavalcando le Regioni stesse per non perdere risorse preziose per l'economia e la salute del paese. Risorse che non verrebbero confermate nel successivo periodo finanziario dopo il 2013.
Esiste l'obbligo di destinazione di almeno il 40% dei bilanci regionali dei PSR per i "Pagamenti Agroambientali" (con priorità fino al 70% in caso di richieste degli agricoltori ed allevatori biologici), atti a compensare tutti i mancati redditi, i maggiori costi + il 20% per la transazione all'Agricoltura Biologica o per la Sostituzione reale dei Pesticidi (Agricoltura Bio-Integrata).
E non per fittizie presunte riduzioni degli inputs chimici denominate Agricoltura Integrata, censurate come non controllabili ne verificabili dalla Corte dei Conti UE (nota 3/2005), attraverso la quale si stanno sperperando enormi risorse per sostenere i redditi degli agricoltori che acquistano Pesticidi, seguendo disciplinari che prevedono un numero di trattamenti chimici molto superiore alla normale pratica dei coltivatori.
In tal modo il mercato dei Pesticidi è continuamente cresciuto in Italia, superando il 30% di tutte le vendite europee e le nostre acque sono per lo più inquinate da residui chimici oltre i limiti di legge (Agrisole 21-27 maggio 2010),
Residui che continuano ad accumularsi da decenni, finche non saremo più in grado di sopportarli fisicamente.
E' necessario, pertanto, un Piano Nazionale di Riconversione Biologica dell'Agricoltura, puntando al Made in Italy da mettere all'asta internazionale del mangiar bene, 100% biologico, ogm free, tradizionale a partire dalla sua biodiversità.
Ovvero, quello che chiede il mercato... il libero mercato, che oggi praticamente non esiste se non nel rapporto diretto dal produttore al consumatore. Dove siamo vincenti... per "natura". La Natura che vogliamo salvare, quale tradizione ricevuta in eredità dai Padri, ma soprattutto in prestito dai nostri Figli.
-------------------------------
Appello al Ministro dell’Agricoltura Galan: ITALIA LIBERA DA PESTICIDI E OGM
A seguito del divieto di coltivazione, del Mais OGM, Mon 810, decretato dal Ministro Zaia è ora necessario:
- applicare la clausola di salvaguardia nazionale prevista dalla Dir. 2001/18/CE, notificandola alla Commissione UE ed applicandola anche alla Patata Amflora e a tutte leimportazione di OGM. Sono ben 32 gli OGM autorizzati per l’alimentazione umana ed animale in Europa e quindi in Italia, nascosti negli alimenti attraverso il "Cavillo di Troia" della soglia di (in)tolleranza allo 0,9% (9 grammi per kg) senza etichettatura.
- indire, con decreto ad hoc, il referendum consultivo (obbligatorio per la stessa Dir. 2001/18/CE), preliminare ad ogni decisione sugli OGM, per il rischio di irreversibile contaminazione della catena alimentare e dell'ambiente in generale attraverso il TGO (trasferimento genico orizzontale di DNA transgenico attraverso la digestione,la degradazione ambientale, l'acqua, i microrganismi del terreno, le catene alimentari, ecc).
- imporre la tolleranza ZerOGM in ogni prodotto agro-alimentare, come nelle sementi, secondo corretti criteri di Biosicurezza, per evitare ogni contaminazione dell'ambiente e degli alimenti biologici e/o convenzionali, rendendo possibili i controlli di presenza/assenza.
- salvaguardare il diritto dei coltivatori a non voler produrre prodotti contaminati da ogm e dei consumatori a non alimentarsi con gli stessi. Attraverso una corretta informazione, garantita da una recente sentenza della Corte di giustizia Ue.
- Elaborare un Piano Nazionale di Riconversione Biologica dell'Agricoltura, attraverso le enormi risorse disponibili nelle Misure Agroambientali
Fuori i mercanti… dal tempio della Vita!
Allegato:
PIANO DI RICONVERSIONE BIOLOGICA DELL'AGRICOLTURA ITALIANA
1. Evitare distrazione di fondi verso una fittizia Agricoltura Integrata, concorrenziale all'Agricoltura Biologica
2. Pagamenti Agroambientali sufficienti alla Riconversione Biologica delle diverse coltivazioni (superficie agricola nazionale)
- Seminativi avvicendati, Cereali e leguminose da granella: 3.000.000 Ha x 400 €/ha in media di pagamento agroambientale = 1,2 Miliadi di € (il pagamento oggi previsto dalle Regioni è di circa 200 €/ha, insufficiente)
- Mais: 800.000 ha x 600 €/ha = 0,48 miliardi di €
- Olivi: 1.000.000 ha x 500 €/ha = 0,5 Miliardi di €
- Vigneti: 700.000 € x 700 €/ha = 0,5 miliardi di €
- Frutteti: 400.000 ha x 1.500 € /ha = 0,6 miliardi di €
- Orticoltura: 200.000 ha x 2.500 €/ha = 0,5 miliardi di €
- Prati avvicendati, Pascoli e Prati Pascoli 3.500.000 di ha x 100 € ha = 0,35 miliardi di €
Totale di spesa prevista: 4 miliardi di € all'anno
avanzano anche fondi per il Tabacco Biologico: 40.000 ha x 5.000 €/ha
Benessere Animale: 400 € per unita bovina adulta (UBA) allevata in biologico (corrispondente a 3 maiali, 7 pecore, 100 galline, ecc) x 3.000.000 di UBA = 1,2 miliardi di €
In tal modo avremmo liberato la zootecnia italiana dalla necessità di importare mangimi contaminati da OGM
La zootecnia Biologica sarebbe sufficiente a fornire almeno 500 grammi di carne a settima procapite e molto di più in equivalenza di latticini
Abbiamo ancora a disposizione oltre 17 miliradi di € da spendere per i PSR Regionali, con priorità fino al 70% per i Pagamenti Agroambientali all'Agricoltura Biologica (circa 12 miliardi di € disponibili) nel periodo 2010-2013
In pratica Possiamo riconvertire quasi tutta l'Italia al Biologico. Oggi, non domani !
Prof. Giuseppe Altieri, Agroecologo - Studio AGERNOVA - Servizi Avanzati per l'Agroecologia e la Ricerca
Loc. Viepri Centro 15, 06056 Massa Martana (PG)
P. IVA 02322010543
tel 075-8947433 (347-4259872)
Email: agernova@libero.it
http://www.agernova.it
www.mangiacomeparli.net
|
|
|
Autore: Stella, Gian Antonio
«La colata»: Un libro da leggere, per comprendere meglio ciò che vediamo, e magari per combatterlo. Corriere della sera, 11 giugno 2010
«Conosci la terra dei limoni in fiore, / dove le arance d’oro splendono tra le foglie scure, / dal cielo azzurro spira un mite vento, / quieto sta il mirto e l’alloro è eccelso, la conosci forse?», chiedeva estasiato Wolfgang Goethe. No, quell’Italia lì non la conosciamo più, rispondono gli autori di «La colata». Troppo cambiata, devastata, violentata. Dai grandi speculatori, dalla cialtroneria egoista di milioni di singoli individui decisi a fare ciascuno il proprio abuso nell’indifferenza per le regole, dal cinismo di migliaia di amministratori locali disposti a svendere anche il più bel paesaggio del pianeta in cambio di un pugno di voti.
Gela il sangue, la lettura de «La colata», il reportage collettivo edito da Chiarelettere da oggi in libreria e firmato da Andrea Garibaldi («Corriere della Sera»), Antonio Massari («Il Fatto»), Marco Preve («Republica»), Giuseppe Salvaggiulo («La Stampa») e Ferruccio Sansa, lui pure de «Il Fatto». Gela il sangue perché, certo, riconosce che certe aree sottoposte a tutela hanno faticosamente conservato la loro meravigliosa fisionomia e che qua e là si battono per «il bello» migliaia di comitati, associazioni, gruppi e singoli cittadini generosi e ostinati, ma dimostra anche un dato incontrovertibile. L’assalto forsennato, bulimico, insaziabile al la cui fetta più grossa, circa 830.000 metri cubi, se la mangia una variante per l’area industriale di Bellaria dove si trova lo stabilimento Novartis. Si, proprio quello del famoso vaccino contro l’influenza suina».
Dagli orrori (con risvolti camorristici) di Monterusciello, la prima e sgangherata «new town» italiana, tirata su a Pozzuoli dopo il bradisismo del 1983, alla Modena di stampo rosso-emiliano: «L’architetto ed ex dirigente comunale Ezio Righi ha denunciato che oltre un milione e mezzo di metri quadrati di territorio agricolo dislocati nella zona sud, fino all’autostrada, sarebbero passati di mano recentemente e a prezzi non rapportati all’attuale destinazione d’uso. I compratori — ha detto Righi durante un convegno di Italia Nostra— sarebbero imprese legate alla Lega delle cooperative, imprese collegate ai consorzi edili privati e singoli artigiani».
Tema: non è insensato esaltare tutti i giorni il fascino dell’Italia e insieme insistere sul cemento, sui condoni edilizi, sulla politica del «laissez-faire» lasciando distruggere quotidianamente un pezzo del nostro paese? Dicono i numeri che il turismo rappresentava non molto tempo fa quasi il 12° del Pil e dava lavoro a 2 milioni e mezzo di persone. Ma la nostra quota, che nel 1970 ci vedeva primi al mondo, è via via scesa sotto il 5% del mercato mondiale. La classifica dell’Organizzazione Mondiale del Turismo ci ha visti nel 2009 (annus horribilis) piazzati a 43,2 milioni di arrivi contro i 50,9 della Cina, i 52,2 della Spagna, i 54,9 degli Stati Uniti e i 74,2 della Francia.
C’è di peggio: secondo il Travel & Tourism Competitiveness Report 2009 del World Economic Forum, la nostra competitività turistica, rispetto dell’immenso patrimonio culturale, paesaggistico, enogastronomico, ci vede solo al 28° posto, dopo paesi come l’Estonia o Cipro che quel che hanno lo sanno sfruttare meglio. Sono gli altri che non ci capiscono o siamo noi che stiamo buttando via, anche esagerando col cemento (si pensi alla bella provincia vicentina nell’ultimo mezzo secolo: +32% gli abitanti, +324% la superficie urbanizzata) quelle ricchezze naturali e artistiche che ci eravamo ritrovati in dono?
Questo è l’allarme che lanciano Garibaldi, Massari, Preve, Salvaggiulo e Sansa: «Se non si ferma la colata di cemento l’Italia non sarà più il Belpaese. I danni saranno irreversibili». Un incubo eccessivo? Non pare, a leggere il capitolo dedicato alle interpretazioni del Piano casa da parte di tante Regioni italiane, di destra e di sinistra. O quello che ricostruisce una ad una le megalomanie di quelle amministrazioni disposte a sventrare anche la campagna più ricca per costruire un nuovo circuito automobilistico o motociclistico al quale agganciare una nuova speculazione edilizia. O ancora quello dove si racconta del modo in cui una notte, a Sanremo «una zona di 72 ettari che era stata classificata come "frana attiva" da Alfonso Bellini, uno dei geologi piu noti d’Italia, con un tratto di colore diventa edificabile» nonostante tutti avessero ancora «negli occhi le immagini di via Goethe, a due passi dal municipio, trasformata dalle piogge in un fiume di fango e pietre». Un solo voto contrario, di un leghista: «Per la redazione dei piani di bacino la Provincia si rivolge a professionisti privati. Bravi, bravissimi, per carità, ma sono gli stessi che poi magari progettano operazioni immobiliari o porti turistici...». Indimenticabile il commento dell’Udc Luigi Patrone: «Io voto sì, ma da quelle parti i bambini non ce li porto nemmeno a giocare». Ecco il nodo: l’aggressione non viene solo dall’abusivismo fuorilegge. Viene anche da politiche urbanistiche suicide votate a maggioranza, «regolari», con le «pezze d’appoggio».
Ne vale la pena? Ne vale davvero la pena? Prima di rispondere, merita di essere riletta la relazione della commissione incaricata nel 1966 dal Comune di Napoli di studiare il sottosuolo: «Una lava di case ha sommerso Napoli, incredibilmente. Le colline sono state aggredite, il verde distrutto, i luoghi sconvolti dalla speculazione edilizia. A chi viene dal mare la città si presenta ormai come un grottesco presepe di cemento, aggrappato a una brulla dorsale tufacea». Per quanti pezzi di Italia si potrebbero oggi scrivere le stesse parole?
|
|
|
Sono già una ventina, tra deputati e senatori, i parlamentari italiani che hanno aderito all’intergruppo “Liberi da ogm”. Gran parte sono del Pd, ma ci sono anche pidiellini e leghisti. Il fronte del no agli ogm nel Parlamento italiano, quindi, è decisamente trasversale.
L’intergruppo nasce dal dialogo dei parlamentari con le associazioni agricole contrarie agli organismi geneticamente modificati (in pratica tutte le maggiori, tranne Confagricoltura) e ha come obbiettivo la promozione di iniziative politiche in favore dell’agricoltura non ogm.
Al momento gli aderenti sono pochi, considerato che tra Camera e Senato ci sono un migliaio di parlamentari, ma si prevede che già dai prossimi giorni il numero possa crescere: i fondatori del gruppo, infatti, hanno distribuito a tutti i colleghi una nota per spiegare le proprie ragioni e chiedere l’adesione all’intergruppo.
Al momento gli aderenti sono:
Alla Camera: Massimo Fiorio, Luciano Agostini, Sandro Brandolini, Susanna Cenni, Giuseppina Servodio, Nicodemo Nazzareno Oliverio, Ermete Realacci e Marco Carra, tutti del Pd; Corrado Callegari e Sebastiano Fogliato, entrambi della Lega Nord; l’Udc Teresio Delfino e Francesco Biava del Pdl.
Al Senato: Francesco Ferrante, Roberto Della Seta e Leana Pignedoli, del Pd; il Pdl Fedele Sanciu; l’Idv Elio Lannutti.
|
|
|
IN POCHE ORE LUNEDI' SERA SONO STATE RACCOLTE DAI VERDI DECINE DI FIRME CONTRO LE SPESE MILITARI
OGGI IN VERDI IN PIAZZA A ROMA
DOSSIER CON CONTRO-MANOVRA DEI VERDI
COSA SI PUO' FARE CON I SOLDI CON CUI GOVERNO ACQUISTA ARMAMENTI
I Verdi si mobilitano contro una manovra che si appresta a creare un vero e proprio disastro sociale e che rischia di mandare sul lastrico centinaia di migliaia di cittadini. Per questa ragione domani giovedì 10 maggio alle ore 15.30 in Piazza Montecitorio (di fronte a obelisco) si svolgerà un sit-in di protesta contro la manovra del governo e per chiedere il taglio della spesa militare che sta raggiungendo cifre da capogiro.
Nel corso della manifestazione si raccoglieranno firme per la petizione "Svuotare arsenali, riempire i granai" e verrà presentato un dossier con una contro-manovra dei Verdi, realizzata con le risorse che il governo continua a destinare all’acquisto di nuovi armamenti. Alla manifestazione, insieme a militanti e dirigenti del 'Sole che ride' sarà presente il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli.
"E' immorale che mentre il governo taglia stipendi e servizi non venga affatto toccata la spesa per nuovi armamenti - ha dichiarato Bonelli -. Per questo abbiamo deciso di mostrare ai cittadini una controproposta in cui dimostreremo quello che si può fare con le decine di miliardi che il governo continua ad impegnare per l'acquisto di nuovi cacciabombardieri, navi e elicotteri militari".
|
|
|
Il 71 per cento della superficie del Pianeta è coperta dagli oceani. Pesca eccessiva, inquinamento da fonti marine e terrestri hanno provocato il crollo delle popolazioni marine ai livelli più bassi della storia. Il WWF si batte da sempre per salvare questo fondamentale patrimonio dell'umanità
Tutti i mari del mondo subiscono l’impatto delle azioni umane e il WWF si impegna quotidianamente per contrastare la distruzione della biodiversità marina a causa dell’overfishing o pesca indiscriminata ed eccessiva, il bycatch o cattura accidentale e accessoria di specie che non sono il bersaglio della pesca, il turismo non sostenibile, l’urbanizzazione selvaggia della fascia costiera, l’introduzione di specie aliene, l’inquinamento e i cambiamenti climatici.
Leggi il Programma Mare del WWF >>
Secondo il WWF almeno il 10 % dei mari dovrebbe essere tutelato in modo efficace, mentre oggi meno dell'1 per cento degli oceani è protetto. Altra minaccia è costituita dall'inquinamento, sia da fonti terrestri (scarichi non depurati, industrie) che marine: su tutte l'inquinamento da petrolio.
Per approfondire >>
Altro importante obiettivo è l'istituzione di una serie di aree protette d'alto mare nel Mediterraneo (un primo risultato è già stato ottenuto con il recente divieto di pesca a strascico al largo di S. Maria di Leuca a tutela dei preziosi coralli bianchi mediterranei) e per la concreta realizzazione del Santuario dei cetacei nel bacino sardo-corso-ligure provenzale. Questa vastissima area protetta in acque internazionali stenta infatti a decollare e ad oggi le forme di tutela sono insufficienti. Nel Mar Ligure si concentrano in estate popolazioni di cetacei costituite da migliaia di stenelle e centinaia di balenottere comuni.
A livello europeo e italiano inoltre il WWF è impegnato nelle attività di “policy” per ottenere norme sulla pesca che tutelino anche gli stock ittici ormai al collasso. Il caso tonno rosso è una testimonianza positiva dell’impegno WWF >>
Il sistema delle Oasi, infine, tutela preziosi lembi di costa italiana dall'avanzata del cemento, come le coste della Maremma (Burano, Orbetello), Miramare a Trieste (la prima area protetta marina istituita in Italia), Torre Salsa a Siculiana in Sicilia, dove ancora nidificano le tartarughe marine, e Policoro in Basilicata, dove protegge uno degli ultimi relitti di bosco planiziario a due passi dal mare.
|
|
|
La “Felicità Interna Lorda” è un termine di raffronto che si usa nel Buthan per misurare lo stato di benessere dei cittadini (vedi, ad es., Navarra, 2010). Tiene conto di vari parametri solitamente non considerati nelle stime economiche. Cresce, ad esempio, quando aumentano le vacanze, il tempo libero, le passeggiate nei boschi oppure lungo i laghi, i prati o i servizi a disposizione dei cittadini. Si tratta di una grandezza ben diversa dal prodotto interno lordo (P.I.L.) che cresce se aumentano l’inquinamento o la pubblicità alle sigarette o le ambulanze per i feriti delle strade o i furti e i malviventi (vedi, ad es., Kennedy, 1968), che non misura la salute, la qualità dell’educazione, la gioia e i momenti di svago, la bellezza della poesia, l’intelligenza e l’onesta dei dipendenti pubblici, la giustizia e l’etica. Altri indici che tengono invece conto in modo più ampio della prosperità dei cittadini sono l’I.S.E.W. (indice di benessere economico sostenibile), che non cresce più dagli anni settanta, e l’impronta ecologica, che misura (in ettari a persona) quanto l’umanità richiede alla biosfera in termini di terra e acqua biologicamente produttive, necessarie per fornire le risorse che usiamo e per assorbire i rifiuti che produciamo (vedi, ad esempio, Tomaselli, 2009). In definitiva se il P.I.L. non cresce forse aumenta la “Felicità Interna Lorda”.
Nota: Kennedy B., 1968. Discorso tenuto il 18 marzo 1968 presso l’Università del Kansas./
Navarra A., 2010. Assonanze nel tempo sul PIL. DIFESA AMBIENTE, organo ufficiale organizzazione europea vigili del fuoco volontari protezione e difesa civile, V, 2, 1./
Tomaselli A., 2009. L'impronta ecologica di noi italiani aumenta. Federazione VERDI della provincia di Savona , http://www.verdisavona.it/index.php, Venerdì, 24 Aprile 2009./
|
|
|
COOP E NORDICONAD INTERROMPONO LA COMMERCIALIZZAZIONE DEI
PRODOTTI DEI TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI
Un importante risultato della campagna di Boicottaggio
Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro l'apartheid israeliano
22 maggio 2010 - A seguito della campagna di pressione della coalizione italiana contro la Carmel-Agrexco, due importanti catene italiane di supermercati, COOP e Nordiconad, hanno dichiarato la sospensione della vendita dei prodotti Agrexco, principale esportatore di prodotti agricoli da Israele e dalle colonie israeliane illegali nei Territori Palestinesi Occupati. Nordiconad è il gruppo cooperativo con funzione di centro di acquisto e distribuzione di CONAD che opera in nord Italia. Il direttore di Nordiconad, dott. Covili, ha dichiarato che dalla fine di aprile ogni prodotto riconducibile ad Agrexco non è più nei loro supermercati. COOP Italia nella persona del Dott. Zucchi, direttore qualità di COOP Italia, ha invece affermato che esiste un problema di tracciabilità commerciale, ovvero che il consumatore non è in grado di verificare se il prodotto in questione provenga o meno dai territori occupati. Pertanto COOP Italia ha deciso di "sospendere l'approvvigionamento di prodotti provenienti dai territori occupati".
La campagna di pressione sulle aziende della grande distribuzione ha preso il via a gennaio di quest anno dopo un incontro nazionale della coalizione Stop Agrexco a Savona, dove arrivano le navi container di Agrexco per la distribuzione in Italia. Viene coordinata a livello europeo con movimenti analoghi, inclusa la Coalition Contre Agrexco in Francia, che riunisce più di 90 associazioni nell'obbiettivo comune di opporsi all'insediamento della ditta israeliana al porto di Sete (Languedoc-Roussillon). In Italia, clienti e soci Coop e associazioni attive nella campagna hanno iniziato a inviare lettere di protesta alle riviste dei consumatori Coop per chiedere di ritirare dalla vendita le merci prodotte nelle colonie dei territori occupati. Questa iniziativa è stata estesa anche a CONAD. La campagna è culminata il 30 marzo, quando in occasione della giornata della Giornata della Terra Palestinese e del BDS Day, manifestazioni, sit in e azioni informative si sono coordinate nei supermercati di varie città italiane. Dopo queste azioni è iniziata una corrispondenza con le dirigenze di COOP e CONAD, a cui sono seguiti contatti diretti e incontri con rappresentanti della Coalizione italiana Stop Agrexco. Negli incontri i rappresentanti di Stop Agrexco hanno documentato ulteriormente in maniera puntuale la denuncia della commercializzazione illegale di prodotti provenienti dalle colonie e della situazione di violazione della legalità internazionale e dei diritti umani in Palestina che caratterizza la produzione di quelle merci
Il risultato ottenuto grazie alle pressioni messe in campo da consumatori responsabili, soci e attivisti è senza dubbio positivo. Tuttavia gli attivisti e le attiviste di Stop Agrexco continueranno a vigilare se alle dichiarazioni seguiranno i fatti, e invitano tutti e tutte a partecipare a questa lotta per il rispetto del diritto internazionale, e la libertà e l'autodeterminazione del popolo palestinese. Contatti:
Stop Agrexco Italia 333 11 03 510 stopagrexcoitalia@gmail.com
Ulteriori informazioni sulla campagna contro l'Agrexco sono disponibili sul sito internet della coalizione: www.stopagrexcoitalia.org
CHI È L'AGREXCO: Agrexco Agricultural Export Company Ltd.è il principale esportatore di prodotti agricoli israeliani, inoltre commercializza il 60-70% di frutta, verdura, fiori e erbe aromatiche prodotte nelle colonie costruite illegalmente in territorio Palestinese. La società è stata fondata nel 1956, è per metà di proprietà dello stato Israeliano che ne detiene il 50% delle azioni. La Agrexco ha circa 500 dipendenti e sedi in Europa, Giappone e USA. Nel 2008 il ministero delle finanze israeliano ha deciso di privatizzare la società, anche se ad oggi la privatizzazione non e' ancora effettiva. Durante un processo tenutosi in Inghilterra nel 2004, il direttore generale della Agrexco UK, Amos Orr, ha testimoniato che la Agrexco commercializza il 60-70% di tutti i prodotti provenienti dalle colonie israeliane. Nello stesso sito della Agrexco vengono pubblicizzati dei fichi provenienti da Masuah, una colonia della Valle del Giordano. Questi prodotti, insieme ai prodotti provenienti da Israele sono distribuiti sotto il marchio "Carmel" . L'80% dei prodotti della Agrexco viene esportato e venduto in Europa, principalmente in Inghilterra. A partire dall'estate 2009 l'Italia contribuisce a distribuire i prodotti illegali delle colonie, offrendo uno dei due principali porti di attracco Europei per le navi Agrexco a Vado Ligure, Savona.
LA CAMPAGNA BDS: Nel 2005 la società civile palestinese ha formulato una proposta unitaria ai movimenti internazionali di solidarietà: individuare modalità di boicottaggio di prodotti israeliani, disinvestimento da attività commerciali in Israele, sanzioni sullo Stato di Israele, boicottaggio accademico o culturale delle istituzioni israeliane che collaborano con l'occupazione e l'Apartheid o che non prendono posizione contro queste cose. Tutte queste richieste sono state formulate coerentemente nella campagna BDS (www.bdsmovement.org ). Il movimento di BDS ha già collezionato molti successi (ad esempio contro le compagnie Veolia, Africa-Israel, Motorola) ed ha trovato adesioni in organizzazioni della società civile, accademiche, sindacali e governative di tutto il mondo, Israele inclusa. Tutti i sindacati degli stessi lavoratori palestinesi, sfruttati come forza lavoro a basso costo nelle società e piantagioni israeliane, sono tra i promotori della campagna di BDS.
STOP AGREXCO ITALIA: La coalizione italiana contro la Carmel-Agrexco è nata nell'autunno del 2009 a seguito di una conferenza a Pisa sulla campagna internazionale di boicottaggio disinvestimento e sanzioni (BDS), la risposta nonviolenta della società civile palestinese all'occupazione Israeliana. La coalizione italiana contro l'Agrexco aderisce alla chiamata palestinese al BDS in ogni suo aspetto, insieme ad un numero sempre crescente di organizzazioni e movimenti italiani ed internazionali. L'obiettivo è far sì che iniziative di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele simili a quelle applicate al Sud Africa nel periodo dell'Apartheid possano indurre il governo israeliano a riconoscere il diritto inalienabile del popolo palestinese all'autodeterminazione ed a rispettare le norme del diritto internazionale. L'appello della Coalizione Italiana contro l'Agrexco ha ricevuto ad oggi più di 50 adesioni di associazioni nazionali e locali, sindacati e partiti politici, tra cui Assopace, Attac, Donne in nero, Federazione della Sinistra, FIOM-CIGL, Forum Palestina, Pax Christi Italia, rete ECO (Ebrei Contro l'Occupazione), Servizio Civile Internazionale, Sinistra Critica, Un Ponte Per..
|
|
|
Cultura
Per Edoardo
Sanguineti
Non ha scelto un buon momento per morire Edoardo Sanguineti. Poteva aspettare ancora un po’. Poteva aspettarci ancora un po’. Non scaricarci addosso in modo cosi improvviso e ammutolente lo spegnimento della sua voce e della luce mobile e penetrante dei suoi occhi.
Troppo freddo è stato questo lungo inverno. E troppo duro. Cominciavano appena a prevalere i raggi di sole e le giornate cominciavano a tingersi di colori e tepori primaverili.
Non doveva Edoardo, che al calore umano teneva moltissimo, con la sua morte e con il suo scomparire alle nostre viste, aggiungere una ventata di gelo, al gelo già accumulato sulla nostra pelle e nelle nostre persone.
Anche nella storia c’è freddo, come diceva Caproni - non troviamo tracce per sapere se amato o no – e nella società, per le strade della città e nella cronaca. E la parola di Sanguineti era sempre calda, fino all’incandescenza a volte. Di calore autentico, con la sua faccia ben esposta, sia che si esprimesse in poesia, sia che si manifestasse in teatro, in saggi, in conferenze, in interventi sui giornali, o in commenti musicali. Aveva la forza della poesia. E non temeva il paradosso, la rottura, le capriole linguistiche, il giuoco. Non temeva polemos che sapeva essere figlio degli dei.
Ed era parola colta, molto colta e saggia, profondamente saggia. Capace di suscitare il pensiero sempre, sia che comunicasse ad una platea di allievi, sia che si liberasse in una piazza per invitare a non far retrocedere la linea della dignità e dell’umanità, sia che si esprimesse in una dimensione più intima dove contano la dolcezza delle relazioni umane e scorre l’acqua dell’amicizia e dell’amore.
Ed era parola allenata al pensiero critico e alla potenza delle idee, che alla critica richiamava sempre per capire, per non fermarsi alla omologante superficie di ciò che appare, alla seduzione scriteriata, alla finzione ”buonista” e consolatoria. In questo senso era essenza della politica, dell’impegno politico, che quando necessità chiamava non si tirava indietro, ci metteva corpo e carne.
“Politico prestato alla poesia” diceva Sanguineti di sé stesso, facendoci intendere, e questo crediamo essere il suo significato più profondo, come politica e poesia siano intrecciate inscindibilmente e come non si dia buona politica senza buona poesia.
E “chierico rosso”, rispondendo a Montale, che trova nella materialità della condizione degli operai dell’Italsider e delle loro assemblee, le fonti della materialità poetica della sua scrittura. Parola quindi che si distende fra “l’utile e il bello per arrivare al vero”, secondo la sintesi di Goethe.
Ma parola anche che non cela le ombre profonde dell’infelicità, del dolore vissuto e non taciuto, della fragilità che la ragione mai può neutralizzare, e che, se le condizioni lo consentono, con pudore e discrezione possono sciogliersi in lacrime, ricordando il padre o leggendo una poesia per l’amico Berio, appena deceduto.
Ora che Sanguineti è morto siamo tutti più poveri, anche coloro che con lui non erano d’accordo; Genova è più povera, senza uno dei suoi figli più amati, l’Italia e il mondo sono più poveri, senza questo ambasciatore della cultura, senza questo “chierico” della dignità e dell’uguaglianza di tutti, senza questo difensore delle “casematte” della democrazie, secondo il suo amato Gramsci, “e che adesso, che potrei dire tutto, proprio, non essendo più vivo davvero, non ho più niente da dire, ecco” (Postkarten, 1977).
Questo aveva scritto nel 1977 e ci aveva dato l’illusione che già morto non potesse più morire oppure, ed è la stessa cosa, potesse sempre risorgere e continuare a parlare.
Ora ci parleranno solo i ricordi e le opere. Per sempre.
La sua morte è stata circondata da un profondo alone di rispetto e di amore.
Bene ha fatto il Comune di Genova a destinargli come ultima dimora il Pantheon dei suoi migliori figli, dove certamente prenderà posto “dalla parte del torto”, come direbbe il suo Brecht, accanto a quel Bisagno partigiano, che ha sacrificato la vita per la liberazione dai fascisti e dai nazisti.
E per quella Costituzione Repubblicana che senza timore e pavidità Sanguineti ha sempre difeso.
(Angelo Guarnieri)
|
|
|
Il federalismo fiscale è l’imposizione di tasse che gli enti locali possono attuare per migliorare i servizi pubblici. Rende, perciò, più vicina l’erogazione dei servizi alla contribuzione dei cittadini i quali così possono meglio controllarne l’utilizzo. Si tratta, se realizzata, di una riforma positiva, dopo quasi vent’anni di promesse. Tuttavia, sotto questa bandiera, stanno passando altre norme, non direttamente fiscali, che hanno a che fare con la possibile ulteriore perdita di patrimonio pubblico. Una di queste, approvata da parte del consiglio dei ministri, nel primo decreto attuativo della legge sul federalismo fiscale, consente, infatti, il trasferimento dei beni demaniali ad altri enti (vedi, ad es., Severini, 2010). Le spiagge, i fiumi (tranne quelli interregionali come il Po e il Tevere) e i laghi, ad esempio, andranno alle regioni. Il rischio è quello che con la continua riduzione dei trasferimenti statali e la retorica sull’imposizione di nuove tasse, gli enti, siano costretti sempre più a “mettere a reddito” tali beni, anche tramite concessione, sottraendoli, di fatto, al libero uso pubblico, come già avviene per le spiagge e come rischia di avvenire per l’acqua.
Nota: Severini A., 2010. Via al federalismo, laghi e spiagge alle regioni. LEGGO, 21 maggio 2010, 10, 2./
|
|
|
FIRENZE. Arriva oggi a Roma l'equipe di Greenpeace che sta compiendo con un bus il suo tour europeo contro gli Ogm. Gli attivisti dell'associazione ambientalista raccolgono, in lungo e largo per il "vecchio continente", le testimonianze di agricoltori, autorità e cittadini contro gli organismi geneticamente modificati, per poi trasferirle prima a Zapatero in Spagna (attuale referente della presidenza europea) e in seguito a Bruxelles da Barroso, quale presidente della Commissione Ue.
«La Commissione di Barroso sta sguazzando in un pericoloso esperimento genetico, cercando di imporre con la forza gli Ogm ai cittadini europei- ha dichiarato Federica Ferrario, responsabile della Campagna Ogm di Greenpeace- L'Italia non vuole e non ha bisogno di Ogm: chiediamo al governo italiano di adottare con urgenza le clausole di salvaguardia nazionale per impedire la coltivazione in Italia di mais e patate transgenici, e a livello europeo l'adozione di una moratoria sull'approvazione degli Ogm. Un atto dovuto per preservare la nostra agricoltura e il nostro cibo dai pericoli e dalle contaminazioni legate agli organismi geneticamente modificati» ha concluso Ferrario.
Presso il bus di Greenpeace, fermo vicino al Colosseo sotto lo striscione "Italia libera da Ogm", sarà possibile firmare la petizione sostenuta da tutte le organizzazioni (Coldiretti, Cna Alimentare, Cia, Aiab, Amab, Legacoop, Lega Pesca, Unci, Federconsumatori, Adusbef, Adoc, Codacons, Movimento difesa del cittadino Legambiente, Wwf, Greenpeace, Vas, Fondazione Univerde, Slow Food, Acli, Crocevia, Focsiv, Greenaccord, Federparchi, Campagna Amica, Città del Vino) aderenti alla task force "Per un'Italia libera dagli Ogm" che partecipano alla manifestazione odierna.
«Sdoganare gli Ogm nel nostro Paese significa andare contro l'eccellenza del Made in Italy, compromettere la qualità che contraddistingue il nostro comparto agroalimentare e minacciare la salute dei cittadini, visto che i rischi legati all'uso di questi organismi non sono ancora chiari- ha sottolineato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza- Per questo oggi sollecitiamo ancora una volta il ministro della salute Ferruccio Fazio e quello dell'ambiente Stefania Prestigiacomo a controfirmare il decreto voluto dal ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, Luca Zaia, che attua la procedura di diniego della messa in coltura di mais Ogm, ordinando lo stop definitivo all'ingresso sui campi di sementi modificate. E ci auguriamo che dopo aver impedito al mais transgenico di essere coltivato nei nostri campi, il ministro scelga anche di utilizzare la clausola di salvaguardia, prevista dall'Unione europea, per la coltivazione della Patata Ogm. Solo impedendone la coltivazione, infatti, potremo proteggere pienamente l'agricoltura italiana e garantire l'assoluta sicurezza dei nostri prodotti agricoli» ha concluso il presidente di Legambiente.
Il bus "No Ogm", in arrivo dall'Ungheria, dopo la tappa romana si dirigerà verso la Francia.
|
|
|
DA REPUBBLICA.IT
SABATO, 03 APRILE 2010
Gli economisti la usano al posto del pil per misurare il benessere delle nazioni I filosofi si interrogano su come raggiungerla in un´epoca senza più grandi utopie. I politologi la considerano il compito principale delle democrazie contemporanee Perché oggi essere felici non è più solo un´aspirazione individuale Ma un dovere collettivo
MICHELA MARZANO
Che cos´è oggi la felicità? A giudicare dal numero di libri pubblicati in questi ultimi anni e dal successo dei dibattiti organizzati sul tema, sono in molti a chiederselo. È anzi uno degli argomenti che appassiona di più. Forse perché nessuno sa esattamente cosa sia la felicità, ma, al tempo stesso, non ha alcuna intenzione di rinunciarci. Tutti desiderano essere felici.
L´oggetto del desiderio, però, è più che mai oscuro. Non siamo più all´epoca di Platone, quando la felicità non aveva misteri: era la conseguenza necessaria di una vita buona, una vita, cioè, passata a cercare la saggezza e la virtù. Come essere felici, infatti, quando il significato stesso del termine "virtù" è poco chiaro? Quando anche la soluzione epicurea - un uomo è felice quando riesce a soddisfare i propri bisogni naturali e necessari - non sembra più convincere nessuno? Le nozioni di virtù e di natura sono ormai divenute problematiche. Da un lato, ognuno ha una propria concezione del bene, che non coincide quasi mai con quella del proprio vicino di casa. Dall´altro, i progressi della medicina e della tecnica hanno frantumato la nozione classica di natura: il mondo contemporaneo è il regno della natura "artificiale". E non è tutto. Il vuoto lasciato dal crollo delle grandi utopie politiche del secolo scorso, infatti, è stato progressivamente riempito da un nuovo imperativo categorico: sii felici e approfitta dei piaceri della vita!
Ma che vuol dire "essere felici" quando la felicità non è più solo un´aspirazione individuale, ma un dovere collettivo?
In Francia, il 26 e il 27 marzo scorsi, una sessantina di filosofi, economisti, psicologi e uomini politici si sono incontrati a Rennes per discuterne. Invitati dal giornale Libération al Forum Le bonheur: une idée neuve, hanno cercato una soluzione al problema della felicità individuale e collettiva. Prendendo come spunto la famosa frase di Saint-Just – che in piena Rivoluzione francese dichiarava trionfante che "la felicità è un´idea nuova in Europa" – il forum ha avuto un grande successo: 19 mila spettatori hanno assistito ai dibattiti, curiosi e speranzosi di trovare finalmente la "formula magica" della felicità.
Il dialogo e "l´intelligenza collettiva" ha peraltro soddisfatto le attese: tutti sono tornati a casa pieni di idee. Sono emerse nuove utopie democratiche, responsabili e durabili. Si è parlato dell´importanza del "fare rete" per evitare che i cittadini non siano altro che semplici pedine sulla scacchiera del potere. Si è anche insistito sul fatto che la felicità non sia solo un diritto, ma anche un dovere: di fronte alla tragicità della vita, ci si deve impegnare per vivere pienamente ogni istante di serenità. Ma si può veramente pensare la felicità in termini sillogistici secondo lo schema: ogni uomo deve lottare per essere felice; anche io sono un uomo; anche io, quindi, devo lottare per essere felice? Le buone intenzioni a Rennes c´erano tutte. Ma le buone intenzioni non bastano. E nonostante tutti i libri di ricette per insegnare ad essere felici in dieci lezioni o poco più, la felicità non la si può "meritare", come i bambini si meritano un "bravo" a scuola quando fanno bene i compiti.
Il rischio di una società che si nutre di discorsi troppo volontaristici, e che celebra ogni giorno il trionfo delle terapie brevi capaci di educare alla fiducia in se stessi e al "pensare positivo", è di far credere alle persone che se non sono felici, in fondo, è colpa loro. Con questo non voglio dire che non si possa fare nulla per essere felici. Come spiega il filosofo Yves Michaud, siamo tutti responsabili delle nostre scelte e, sebbene la felicità non dipenda esclusivamente da noi, spetta a ognuno di noi scegliere come affrontare le gioie e i dolori che la vita ci riserva. La felicità non è più solo un problema personale. Ormai si tratta di una questione sociale. Perché meravigliarsi allora se ad occuparsene non ci sono più solo i filosofi, ma anche gli economisti? Perché non cercare un modo per "misurarne" qualità e quantità?
Sono sempre più numerosi coloro che pensano di risolvere il dilemma della felicità utilizzando la categoria di benessere. Un benessere non solo psicofisico, ma anche economico e sociale. Certo, quando si soffre di una malattia fisica o psichica, o quando non si hanno i mezzi materiali per il proprio sostentamento, è molto difficile essere felici. Ma gli essere umani sono anche, e forse soprattutto, caratterizzati dal desiderio. E il desiderio, nonostante tutto, è fatto di insoddisfazione. È grazie ai desideri e al tentativo di soddisfarli che si esprime la propria energia e la propria potenza, e che si attraversano momenti, se non di felicità, almeno di gioia. Spinoza, in questo, docet.
Nonostante tutti gli sforzi degli economisti, tuttavia, questa gioia è difficilmente quantificabile. Alcuni di loro hanno proposto addirittura di passare dal calcolo del prodotto interno lordo (PIL) alla misura del benessere globale di una società. Il famoso rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi, commissionato da Nicolas Sarkozy e reso pubblico nel settembre del 2009, sottolineava giustamente come il benessere collettivo non fosse solo materiale: oltre al consumo, sostenevano i tre economisti, si devono prendere in considerazione il tempo libero, le relazioni sociali, il sentimento di sicurezza… Ma la felicità può essere fatta solo di benessere?
Il saggio di Derek Bok, The Politics of Happiness, appena pubblicato negli Stati Uniti, lo pretende. Derek Bok sostiene addirittura che il compito principale delle democrazie contemporanee sia proprio quello di massimizzare la felicità collettiva, promuovendo l´uguaglianza, permettendo alle coppie e alle famiglie di stabilizzarsi, migliorando la salute pubblica. Su alcuni punti non si può non essere d´accordo con Bok. Ogni democrazia degna di questo nome deve non solo promuovere l´uguaglianza, ma anche creare le condizioni adeguate perché i singoli individui possano poi portare avanti i propri progetti e perseguire la propria felicità. La felicità, però, è individuale. E nessun governo, per quanto perfetto, potrà mai risolvere, al posto dei singoli, quello che resta un problema esistenziale centrale: capire, in modo autonomo, che cosa si desideri e che cosa si voglia. La felicità non è un assoluto. Non esiste una strada unica che ci porta verso la felicità. La felicità, come diceva Lao Tseu, consiste piuttosto nel cercare la propria strada, abbandonandosi, talvolta, anche al caso. Non è forse questo il motivo per cui molte persone – in Francia tantissime – cercano oggi nel confucianesimo e nel buddismo le indicazioni per imboccare questa famosa strada, senza cercare a tutti i costi di "meritare" la felicità?
Come è cambiata l´idea di felicità
STEFANO BARTEZZAGHI
Che cos´è oggi la felicità? A giudicare dal numero di libri pubblicati in questi ultimi anni e dal successo dei dibattiti organizzati sul tema, sono in molti a chiederselo. È anzi uno degli argomenti che appassiona di più. Forse perché nessuno sa esattamente cosa sia la felicità, ma, al tempo stesso, non ha alcuna intenzione di rinunciarci. Tutti desiderano essere felici.
L´oggetto del desiderio, però, è più che mai oscuro. Non siamo più all´epoca di Platone, quando la felicità non aveva misteri: era la conseguenza necessaria di una vita buona, una vita, cioè, passata a cercare la saggezza e la virtù. Come essere felici, infatti, quando il significato stesso del termine "virtù" è poco chiaro? Quando anche la soluzione epicurea – un uomo è felice quando riesce a soddisfare i propri bisogni naturali e necessari – non sembra più convincere nessuno? Le nozioni di virtù e di natura sono ormai divenute problematiche. Da un lato, ognuno ha una propria concezione del bene, che non coincide quasi mai con quella del proprio vicino di casa. Dall´altro, i progressi della medicina e della tecnica hanno frantumato la nozione classica di natura.
Definizione
Una ricerca eterna che riguarda tutti e che ognuno declina a modo suo Chi vuole il piacere momentaneo e chi preferisce la serenità duratura
Letizia, gioia, brio, gaudio, allegria parole che stanno a indicare tutte le possibili accezioni, varianti, declinazioni di qualcosa molto difficile da definire C´è la versione a basso dispendio energetico (pace, appagamento) e quella opposta che arriva al tripudio orgiastico
Estasi, ebbrezza o Nirvana il catalogo è questo
STEFANO BARTEZZAGHI
Nella ricerca della felicità non si cerca qualcosa per sapere dove si nasconda, ma per sapere cosa sia. O, meglio, quale sia, in quella gamma che va dalla beatitudine al sollucchero, passando per serenità, letizia e ridarella. Se la parola è una sola, le merci che vorremmo acquistare al grande magazzino della felicità sono diversissime: per fare un solo esempio, c´è da sospettare che Lev Tolstoj («Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice lo è a modo suo») e Vladimir Nabokov («Tutte le famiglie infelici si somigliano»...) non si fermerebbero di fronte allo stesso scaffale a cui indugerebbe - per dire - Maria Vittoria Brambilla.
Felicità, letizia, gioia (molto impiegata dall´attuale Pontefice, che però la pronuncia con una C iniziale), gaiezza (parola le cui recenti traversie hanno reso meno frequente nel suo senso proprio), brio, gaudio, giocondità, ilarità, allegria, esultanza, giubilo, tripudio, delizia, estasi, godimento... Convivono in tutta promiscuità e sconfinano nelle reciproche pertinenze parole poco distinte, accomunate da quel tipico sorriso che tradisce la parentela anagrammatica tra il beato e il beota.
Molte le accezioni, le differenze, le varianti, le declinazioni: dal nucleo a basso dispendio energetico costituito da pace, serenità, soddisfazione, appagamento - confinanti un po´ pericolosamente con quiete e requie - («e vissero felici e contenti»: fine della storia, o della Storia), alla costellazione dei tripudi orgiastici e delle esultanze parossistiche, che fanno dire: «e vai!» e fanno fare smorfie e misteriosi gesti con gli avambracci mentre la regia manda «We are the champions».
Le offerte di marketing si attestano, saviamente, a un livello intermedio: promettere la felicità è una debolezza da Costituzioni entusiaste; promettere il «benessere» invece è compito della Realpolitik e anche di appositi Centri con saune e massaggi (nel logo di un albergo recente: «Convegni Cerimonie Benessere»).
Un criterio per orientarsi potrebbe essere quello della posizione della felicità rispetto a un dato evento: la felicità preventiva, che è quella di chi attende serenamente il passaggio a una vita migliore (beatitudine); la felicità consuntiva, di chi gode l´appagamento di un desiderio (soddisfazione); la felicità di chi si estrania dalla realtà mondana (l´atarassia filosofica, l´estasi mistica, il nirvana meditativo).
Ma tra le felicità si possono anche distinguere uno stato mediamente durevole e un climax (o un clima) passeggero, momento glorioso e raggio di sole. A questo criterio allude un recente schemino francese. Intensità massima, minima durata: è l´attimo fuggente, «quant´è bella giovinezza / che si fugge tuttavia»; ma è anche e soprattutto l´orgasmo, detto anche, et pour cause, «apice». Intensità minima, massima durata: il nirvana, l´atarassia, la contemplazione.
I Don Giovanni (da una parte) e i meditatori (dall´altra) sanno quel che vogliono. Sono però casi estremi, così come quello, pur rispettabilissimo, di chi ritiene che la felicità non sia cosa di questo mondo. Tutti gli altri si arrabattano, inseguendo gioie spesso idiosincratiche, dalla prima sorsata di birra al farsi una pera. «Felicità è un cucciolo caldo», disse Charlie Brown, e forse ispirò sia una martellante canzone di Al Bano e Romina Power sia la fioritura delle relative cover apocrife (spesso francamente pecorecce). Un autore come Primo Levi, invece, scriveva che amare il proprio lavoro «costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità in terra»: un´opinione che, essendo espressa in piena epoca di rifiuto del lavoro (fine anni Settanta), suonò assai provocatoria.
Avere le idee chiare è più facile nel campo avverso. Sarà perché gli stati di umore nero inclinano maggiormente all´autoanalisi e al rovello, ma l´irritato, l´arrabbiato, il furente non si confondono fra loro, né, a maggior ragione, con il malinconico, il depresso, il triste, l´ipocondriaco, l´afflitto, il cupo, il mesto, il tetro e il teterrimo. Solo un dilettante dell´atrabile farebbe confusione fra l´iroso e l´irato, l´iracondo e l´irascibile; un vero professionista conosce con esattezza persino la sfumatura che divide l´essere scontento dall´essere malcontento. Del resto Raymond Queneau sosteneva che il linguaggio si sia evoluto a partire dai lamenti degli uomini e che la Storia sia la scienza della loro infelicità.
Perché poi parlare di felicità, quando - se solo ci fosse - dovrebbe bastare a sé stessa? Perché poi, ed eternamente, le mancherà sempre quel «certo non so che» mutevole, come un buco che ne guasta la perfezione sferica. Venire a patti con quell´ineffabile particella che sfugge è un duro lavoro: ma forse è proprio questo il semplice, inaggirabile segreto della felicità.
|
|
|
Un mondo da ripensare, ridisegnare e ricostruire. Ma la strada è segnata
Gianfranco Bologna
ROMA. Dal 27 al 31 gennaio scorso ha avuto luogo il 40° World Economic Forum a Davos, il famoso incontro annuale al quale partecipano illustri personaggi del mondo della politica, dell'imprenditoria e dell'economia e che fa il punto sullo stato economico delle nostre società a livello mondiale (vedasi il sito www.weforum.org).
Quest'anno il Forum è stato intitolato "Improve the State of the World: Rethink, Redesign, Rebuild" (Migliorare lo stato del mondo: ripensare, ridisegnare, ricostruire) con l'obiettivo di riflettere e trovare soluzioni per migliorare la situazione economica planetaria catalizzando una cooperazione globale e individuando le sfide pressanti e i rischi futuri. L'obiettivo del Forum si è mosso nella direzione dell'esplorazione di una cooperazione globale che possa coinvolgere stakeholders dal mondo delle imprese, dei governi, dei media, della scienza, delle religioni, della cultura e della società civile per collaborare insieme come una comunità reale.
In uno dei comunicati stampa finali del Forum è scritto a chiare lettere che i partecipanti al Forum si sono impegnati a ripensare, ricostruire e ridisegnare l'economia globale basandola su principi di sostenibilità. Certamente molti speaker e molti documenti scaturiti dallo stesso Forum, continuano a parlare di "crescita sostenibile", un vero ossimoro che si ripropone dal ben noto rapporto Brundtland, prodotto dalla Commissione indipendente su Ambiente e Sviluppo, pubblicato nel 1987 e intitolato "Our Common Future" (edizione italiana con il titolo "Il futuro di noi tutti" edita da Bompiani), ma è evidente che, nei discorsi e nelle riflessioni, si notano segni chiari di significative modifiche del pensiero dominante, basato solo sulla continua ed inarrestabile crescita economica.
La crisi finanziaria ed economica che ha attanagliato le nostre società negli ultimi due anni, non può essere vista e considerata solo come una crisi congiunturale, dovuta ad alcune specifiche cause che hanno prodotto determinati effetti. Chi eleva la propria riflessione oltre questo limitato steccato, non può non rendersi conto della straordinaria insostenibilità degli attuali modelli di sviluppo socio-economici e quindi dell'impossibilità di continuare su questa strada ancora a lungo.
Proprio nel 1973 nel Forum di Davos parlò Aurelio Peccei, l'indimenticabile fondatore e presidente del Club di Roma (www.clubofrome.org), che, in quella sede, illustrò i risultati ed il dibattito scatenato dal primo famosissimo rapporto al Club di Roma, uscito nel 1972, "The Limits to Growth" (pubblicato in italiano da Mondadori, con il titolo "I limiti dello sviluppo" del quale numerose volte abbiamo avuto modo di parlare in questa rubrica).
Il volume, ricordo, scatenò un incredibile dibattito planetario proprio perché metteva fortemente in discussione il mito economico della crescita materiale e quantitativa in un mondo dai chiari limiti biofisici.
Oggi questa consapevolezza diventa sempre più evidente e chiara, soprattutto alla luce delle tantissime analisi e ricerche scientifiche che ci documentano lo stato di sofferenza e vulnerabilità cui sono sottoposti i sistemi naturali in tutto il Pianeta (ricordiamo sempre, in questa rubrica, lo straordinario e ricchissimo sito dell'Earth System Science Partnership come punto di riferimento ineludibile per le conoscenze sul funzionamento del sistema Terra e sull'analisi del nostro impatto su di esso, www.essp.org). Analisi e ricerche che invece non erano disponibili nei primi anni Settanta del secolo scorso, quando fu pubblicato "I limiti della crescita".
Anche il mondo economico, con il suo modello dominante della crescita continua, comincia chiaramente a riflettere e ripensare le tipologie di sviluppo e gli indicatori di benessere e ricchezza, ad esempio il PIL, che abbiano sin qui perseguito. Certamente non è l'intero mondo economico che sta avendo questa reazione; resta ancora una forte ed ampia componente di questo mondo che crede sia possibile tuttora perseguire l'economia della crescita a tutti i costi e che continua a considerare la conoscenza scientifica che pone l'evidenza dell'insostenibilità dell'attuale relazione tra sistemi naturali e sistemi sociali come un approccio "catastrofista" da combattere. Nonostante tutto ciò non possiamo negare i tanti segnali alternativi che provengono da illustri economisti e tanti studiosi di altre scienze sociali che sottolineano l'importanza di analizzare l'attuale crisi economica in una prospettiva più ampia di limitazione delle risorse naturali e di insostenibilità complessiva dei nostri modelli di sviluppo.
Recentemente è stato reso noto il rapporto Social Watch 2009, realizzato dall'Instituto del Tercer Mundo di Montevideo e intitolato "Making finances work: People First" , il rapporto globale sull'operato dei governi e degli organismi internazionali per lo sradicamento della povertà, i diritti sociali e per l'equità in genere (vedasi il sito www.socialwatch.org e quello della coalizione italiana Social Watch www.socialwatch.it).
Nel capitolo introduttivo Roberto Bissio, del segretariato internazionale di Social Watch, scrive : «La bancarotta della banca d'investimento Lehman Brothers nel settembre 2008 è considerata da molti come il punto di rottura di una serie di crolli nel sistema bancario che si sono propagati come un incendio nei mercati finanziari e nelle borse delle economie più ricche del mondo. Da quel momento la parola "crisi" ha dominato il panorama mediatico e il dibattito politico a livello globale. La Grande Depressione che scosse il mondo nei primi anni '30 viene spesso citata come unico precedente e il famoso storico Eric Hobsbawm ha paragonato il tonfo di Wall Street alla caduta del muro di Berlino. Considerato il maggiore storico del ventesimo secolo Hobsbawm afferma :" L'economia capitalista di libero mercato, totalmente priva di restrizioni e controlli (...) che ha conquistato il mondo ed i governi a partire dall'era Thatcher e Reagan (...) sta crollando sotto i nostri occhi" così come "le economie centralizzate a pianificazione statale, di tipo sovietico, sono crollate vent'anni fa." (vedasi Eric Hobsbawm "Socialism has failed. Now capitalismis bankrupt. So what comes next?" pubblicato da The Guardian 10 aprile 2009, consultabile sul sito www.guardian.co.uk) .
Bissio prosegue: «Il Rapporto Social Watch, primo rapporto mondiale dal "basso" sull'impatto sociale della crisi, contiene i dati raccolti da organizzazioni della società civile in oltre 60 paesi. Le agenzie ONU e altre istituzioni hanno riportato stime sui milioni di posti di lavoro che andranno persi nel mondo, gli ulteriori milioni di persone che cadranno in miseria e l'aumento del numero di bambini che rischiano la morte a causa dell'incapacità dei mercati di risolvere i problemi da essi stessi creati (contrariamente all'opinione prevalente fino all'anno scorso). Per quanto preziose, tali stime sono pur sempre calcolate su aggregati globali e non risultano da una diretta osservazione dal basso. Il cumulo dei dati provenienti dai paesi ricchi e poveri di tutti i continenti evidenzia notevoli somiglianze e anche una varietà di situazioni che arricchisce il quadro finora disponibile, rendendolo ancora più drammatico e ponendo i soggetti decisionali di fronte all'urgenza di attuare politiche che mettano le persone al primo posto. Non è solo una questione di giustizia sociale ma anche di solida politica economica, come dimostrato da una breve panoramica sui rapporti nazionali».
La situazione complessiva che ci appare, a tutti i livelli, dalle analisi approfondite realizzate per documentare lo stato, l'evoluzione e la pressione esercitata dalle nostre società sui sistemi naturali e lo stato e l'evoluzione dei nostri stessi sistemi sociali, ci dimostra chiaramente che non è possibile continuare a percorrere la strada seguita sino ad ora. Le capacità innovative, di coraggio e di "visione" dei leader politici ed economici attuali faranno la differenza. Saranno capaci di migliorare lo stato del mondo, ripensando, ridisegnando e ricostruendo?
|
|
|
OGM: BONELLI (VERDI), BENE STOP A SPERIMENTAZIONE IN CAMPO APERTO
COMUNICATO STAMPA
= OGM: BONELLI (VERDI), BENE STOP A SPERIMENTAZIONE IN CAMPO APERTO
ITALIA SIA OGM FREE. DIFENDERE AGRICOLTURA QUALITA' E PRODUZIONI TIPICHE
"Le nostre preoccupazioni dei giorni scorsi hanno sortito un primo risultato. Lo stop degli assessori all'agricoltura alla sperimentazione di coltura
Ogm in campo aperto è un fatto positivo ma che non deve fare abbassare la guardia nella difesa dell'agricoltura italiana di qualità, biologica e
tipica". Lo ha dichiarato il Presidente nazionale dei verdi Angelo Bonelli commentando la decisione delle Regioni di ritirare il documento sulla
coesistenza tra gli Ogm e le colture tradizionali in esame alla Conferenza Stato-Regioni.
"La difesa dei consumatori, della salute dei cittadini e della nostra biodiversità non possono essere sacrificate sull'altare degli interessi di
alcune lobby economiche - ha concluso Bonelli -. Per queste ragioni l'Italia deve restare un paese Ogm free".
|
|
|
Senza proclami e fanfare - anzi per la verità piuttosto in sordina - Governo e Regioni si preparano a sdoganare in Italia la coltivazione degli Ogm, in primis il mais transgenico. Il provvedimento, appoggiato pressoché da tutte le Regioni (soprattutto Emilia Romagna, Toscana e Marche) anche perché prevede la creazione di fondi per gli enti locali, è destinato a sollevare un polverone di polemiche tra agricoltori, associazioni dei consumatori, ambientalisti, politici e scienziati. Il via libera formale della bozza sugli Ogm è previsto giovedì 28 gennaio, quando a Roma in via della Stamperia, n. 8, la Conferenza unificata approverà un protocollo d’intesa che prevede un piano per il controllo delle colture di prodotti geneticamente modificati e l’istituzione di fondi regionali, che da un lato saranno alimentati attraverso le sanzioni inflitte a chi non rispetterà le regole, dall’altro dovranno risarcire gli agricoltori da eventuali danni dalle coltivazioni Ogm.
L’accordo, che il 17 dicembre ha ottenuto la prima approvazione della Conferenza Stato Regioni (con il sì pressoché unanime degli enti locali), vede la regìa trasversale del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto del Pdl e di Vasco Errani, presidente della Conferenza dei Presidenti delle Regioni, esponente del Partito democratico. La bozza di linee guida, sulla coesistenza tra colture tradizionali e Ogm, dà ampi poteri alle Regioni che, con una legge apposita, potranno fissare i criteri di gestione, scegliere i siti dove testare gli Ogm e comminare multe piuttosto salate. Il sistema sanzionatorio è già definito dalla bozza sugli Ogm sulla base del tipo di infrazione. Saranno previste multe fino a 60 mila euro per chi coltiva senza autorizzazione e fino a 15 mila per l’agricoltore che, invece, impedisce il controllo in azienda e non usa le dovute precauzioni nel coltivare mais trangenico.
Né il ministro Fitto né il presidente Errani hanno rilasciato a La Stampa commenti sull’intesa per coltivare gli Ogm. Prende, invece, tra le mani la “patata bollente” Tiberio Rabboni, assessore regionale all’Agricoltura dell’Emilia Romagna e tra i fautori dell’intesa Stato Regioni. «Questo protocollo d’intesa - spiega Rabboni - non fa altro che recepire una normativa europea che chiede ai singoli Stati membri di dotarsi di regole per la coesistenza di colture Ogm e tradizionali. È importante fissare dei paletti per prevenire così la possibilità di creare ibridi tra produzioni Ogm e tradizionali. Secondo Rabboni, l’accordo è importante anche perché «consentirà al made in Italy alimentare di tutelarsi così dai rischi di contaminazione e di perdita di peculiarità; rischi che le nuove produzioni Ogm potrebbero alimentare».
Certo guardando all’America, all’avanguardia nelle coltivazioni geneticamente migliorate con 62,5 milioni di ettari (vedi grafico in alto) gli Ogm, come ultima frontiera della ricerca agritech, sembrano una via obbligata, purché siano regolamentati da norme chiare. «L’innovazione è fondamentale per l'agricoltura - conferma Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura - non possiamo pensare che il futuro non sia fatto di risorse che, fermo restando le giuste precauzioni e le misure di garanzia e tutela, si stanno rivelando a livello internazionale più un’opportunità, che un rischio. Non ho avuto modo di leggere la bozza delle linee guida sugli Ogm, ma è importante che segua le logiche dell’Ue e sia condivisa con gli imprenditori agricoli».
È invece nettamente contraria al provvedimento in fieri la Federconsumatori, pronta a rianimare già da domani la coalizione anti-Ogm, capitata da Mario Capanna che nel 2007, forte di una quarantina di associati (dalla Coldiretti alle Acli, dalla Lega Coop al Wwf) aveva lanciato un referendum sugli alimenti geneticamente modificati. «Considero gravissimo - spiega Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori - il fatto che Governo e Regioni abbiano cercato di nascondere l’accordo, per evitare il confronto e la discussione con le associazioni dei consumatori e degli agricoltori. Inoltre, quest’accordo mi sembra un mezzuccio sconveniente per dare soldi alle Regioni. Ci mobiliteremo fin da oggi per fermare l’intesa Stato-Regioni».
Oltre che dalle sanzioni, i finanziamenti dei vari fondi regionali che dovranno essere costituiti arriveranno dalle tariffe imposte a chi coltiva Ogm, dalla registrazione delle autorizzazioni regionali per gli operatori, dal pagamento dei corsi per le abilitazioni e dai costi per l’utilizzo dei siti sperimentali regionali.
Il risarcimento dei danni è, invece, previsto solo per chi dimostri la responsabilità degli Ogm e sia in grado di quantificare il danno. Il termine è di un anno. Le linee guide sugli Ogm prevedono anche un sistema informatico nazionale che assicuri la tracciabilità della filiera. Ovvero ogni Regione dovrà verificare se un terreno è adatto o meno all’introduzione di colture Ogm e indicare le zone escluse dalla coltivazione degli Ogm, come le aree protette, di produzione dop, igp, coltivazione biologiche, ecc. Gli Ogm potranno essere coltivati nelle zone di confine tra Regioni per le quali viene concordata una distanza di sicurezza minima fra le stesse amministrazioni.
Come tempistica, dopo l’ok del 28 gennaio, sulle linee guida dovrà esprimersi la Commissione europea. Entro sei mesi dall’ok di Bruxelles, le Regioni dovranno emanare una legge sugli Ogm. Infine sarà una legge nazionale a disciplinare le tariffe regionali che alimenteranno i vari fondi.
LUCA FORNOVO Da "La Stampa" del 17 Gennaio 2010
|
|
|
O GRANDE SPIRITO
Oh Grande Spirito,
la cui voce ascolto nel vento,
il cui respiro dà vita a tutte le cose.
Ascoltami; io ho bisogno
della tua forza e della tua saggezza,
lasciami camminare nella bellezza,
e fa che i miei occhi sempre guardino
il rosso e purpureo tramonto.
Fa che le mie mani rispettino la natura
in ogni sua forma e che le mie orecchie
rapidamente ascoltino la tua voce.
Fa che sia saggio e che possa capire
le cose che hai pensato per il mio popolo.
Aiutami a rimanere calmo e forte
di fronte a tutti quelli
che verranno contro di me.
Lasciami imparare le lezioni
che hai nascosto in ogni foglia
ed in ogni roccia.
Aiutami a trovare azioni
e pensieri puri per
poter aiutare gli altri.
Aiutami a trovare la compassione
senza l' opprimente
contemplazione di me stesso.
Io cerco la forza,
non per essere più grande del mio fratello,
ma per combattere
il mio più grande nemico: Me stesso.
Fammi sempre essere pronto
a venire da te con mani pulite
e sguardo alto.
Così quando la vita appassisce,
come appassisce il tramonto,
il mio spirito possa
venire a te senza vergogna".
Bisonte che Cammina
(1871 - 1967)
|
|
|
La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 15 dicembre 2009
Giorgio Nebbia nebbia@quipo. it
Le cronache e i mezzi di comunicazione sono pieni del dibattito sulla Conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici: chi vuole diminuire i gas responsabili dell'effetto serra ? di quanto ? rispetto a quale anno di riferimento ? entro quale data ? Si scontrano paesi ricchi e paesi poveri, si parla di soldi, di come farsi risarcire se si diminuiscono le emissioni di anidride carbonica, se si pianta un po' di ettari di foresta, chi deve pagare, da dove si prendono i soldi. Intanto i forni continuano a bruciare carbone, nelle varie parti della Terra, i camini a gettare fuori i loro fumi pieni di anidride carbonica, ma anche di sostanze tossiche e cancerogene, di mercurio, arsenico, cadmio. Dietro tutte le generose manifestazioni di chi si preoccupa del futuro ecologico della Terra ci sono le banche e le compagnie di assicurazione e i lobbysti, che lavorano alle "cose serie", cioè a come fare tanti quattrini con le paure dei mutamenti climatici.
Per abbattere i fumi occorrono soldi e le banche sono pronte a offrirli ai privati e ai governi ad un tasso di interesse che copra eventuali futuri rischi: il rischio che chi si è fatto prestare i soldi non riesca ad abbattere le emissioni inquinanti e a riscuotere le relative tariffe e a restituire i soldi; le banche così passano i prestiti a rischio ad altri, secondo la pratica delle "bolle" finanziarie che hanno già generato tanto grandi disastri nei mesi scorsi. Queste speculazioni sull'eliminazione dell'anidride carbonica, il principale responsabile dei mutamenti climatici, sono ben descritte nel recente libro di Micelle Chan, "Subprime carbon", pubblicato dall'associazione americana Friends of the Earth (e che si può leggere in Internet).
Da parte loro le compagnie di assicurazioni assicurano i rischi di coloro che temono che i mutamenti climatici possano provocare tempeste che spazzano via le abitazioni o allagano i campi, che il sollevamento del livello dei mari possa distruggere le zone turistiche, che non cada la neve e gli alberghi delle zone sciistiche restino vuoti. Il vecchio capitalismo faceva soldi a mezzo di merci merci, ora ci sono quelli che fanno soldi a mezzo di ecologia.
Infine c'è il popolo dei lobbysti, di quelli che per soldi convincono le industrie e i governi che non è vero che ci siano mutamenti climatici, che questi siano dovuti alle attività umane e alle emissioni di anidride carbonica e che quindi gli accordi, che dovrebbero essere presi a Copenhagen, per diminuire le emissioni di gas serra sono inutili, anzi dannosi per l'economia. Un vasto movimento che sostiene le stesse tesi "negazioniste" esiste anche in Italia come si può constatare visitando i vari "blogs", quelle "pagine" in Internet in cui chiunque può scrivere il proprio pensiero e chiunque altro può, nella stessa pagina, replicare approvando o disapprovando. In genere nei blogs che esprimono preoccupazione per i mutamenti climatici appaiono immediatamente "risposte" che invitano a stare calmi, perché mutamenti del clima ci sono sempre stati, perché le attuali bizzarrie del clima non sono dovute al crescente uso del carbone o del petrolio, perché ricorrere all'uso dell'energia solare o eolica non risolve niente, e ricordano che c'è bisogno di aumentare, non rallentare, la produzione di energia nel mondo e che lo si "deve" fare nell'interesse degli operai, che altrimenti resterebbero senza lavoro, degli abitanti dei paesi poveri, che altrimenti resterebbero all'età della pietra, eccetera.
Sono sempre contrario, fino a prova diretta, a sostenere che chi interviene in Italia per mettere in dubbio i cambiamenti climatici "sia pagato" dalle società petrolifere o elettriche, quelle che sarebbero danneggiate se diventassero obbligatorie le diminuzioni delle emissioni di gas serra nell'atmosfera. Sta di fatto che nuove forme di corruzione delle menti, pagate da interessi economici, sono molto diffuse nel mondo; proprio nelle scorse settimane è uscito il libro "Cover up" che si potrebbe tradurre "L'inganno", e che ha come sottotitolo "La crociata per negare il riscaldamento globale", scritto da James Hoggan, un giornalista americano che ha condotto un'indagine sulle fonti di finanziamento di chi contesta la necessità di rallentare i mutamenti climatici. Il tema è stato trattato nel film "Burn up", trasmesso domenica 13 dicembre 2009 dalla televisione La7.
Negli Stati Uniti il lavoro dei lobbysti --- il nome viene dal fatto che operano nei corridoi dei palazzi del potere (e oggi sul filo delle reti informatiche) --- è riconosciuto come professione di pubbliche relazioni. Il libro racconta come le industrie inquinanti organizzano delle associazioni, con i nomi accattivanti in cui figura la parola ambiente o ecologia ("Progetto per la politica della scienza e dell'ambiente" , "Consiglio per l'informazione ambientale" e simili), spesso con "preziosi" interventi di "ecologisti pentiti" che spiegano come si sono convertiti da difensori dell'ambiente in persone che riconoscono che molti danni ambientali sono inesistenti. Il pentitismo ecologico va molto di moda e ha grande successo di vendita di libri e di interventi televisivi.
Davanti a questa grande confusione a ciascuno di noi non resta che fidarsi del proprio intuito e buon senso e osservare quanto avviene intorno a noi. Non si tratta soltanto di constatare che grandi icebergs si staccano dai ghiacci polari e fondono negli oceani, che sempre più frequenti tempeste spazzano via città e villaggi in Florida o nel Bangladesh, che le belle isole del Pacifico rischiano di andare sott'acqua per l'innalzamento del livello degli oceani: che i cambiamenti climatici ci siano davvero si vede anche nelle nostre città e campagne sempre più spesso allagate, nei raccolti e nelle abitazioni distrutti e così anche la crescita economica, nel cui nome l'aria viene trasformata in una congregazione di vapori dannosi, viene vanificata. Se non si rallentano le immissioni di gas nell'atmosfera, se non si smette di tagliare le foreste, i danni umani e di soldi saranno incalcolabili. Con buona pace dei lobbysti.
|
|
|
E' morta la poetessa Alda Merini cantò il dolore degli esclusi
Il presidente della Repubblica: "Si è spenta una voce limpida e ispirata"
Alda Merini
MILANO - E' morta a Milano la poetessa Alda Merini. Aveva 78 anni. Era ricoverata all'ospedale San Paolo (dove sarà allestita la camera ardente) da una decina di giorni per un tumore osseo. Viveva in condizioni di quasi indigenza (una scelta di vita basata su una sorta di "noncuranza" ) tanto che i pasti quotidiani le venivano portati dai servizi sociali comunali. Ha cantato gli esclusi e ha vissuto sulla sua pelle una delle peggiori forme di esclusione: la malattia mentale. Negli ultimi anni, per una strana contraddizione, era diventata quasi popolare: abbastanza frequenti le sue apparizioni in Tv dove, con la sua voce arrochita dal fumo, diceva sempre cose profondissime e, nello stesso tempo, del tutto comprensibili al grande pubblico. Grazie a lei, molti si erano avvicinati alla poesie. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, saputo della scomparsa si è detto profondamente rattristato: "Viene meno - ha aggiunto - una ispirata e limpida voce poetica".
Era considerata la più grande poetessa italiana vivente. Nata in una famiglia poco abbiente (il padre era impiegato in una compagnia di assicurazione, la madre casalinga) la Merini esordì ad appena 15 anni con una raccolta "La presenza di Orfeo" curata dall'editore Schwarz. E, mentre già attirava l'attenzione della critica, la prodigiosa ragazza incontrava difficoltà nel mondo della scuola "normale". Venne infatti respinta quando tentò di entrare al liceo Manzoni. Dissero che non era stata sufficiente nella prova d'italiano.
E da lì in avanti, la sua vita è sempre stata al confine tra il riconoscimento della sua eccezionale capacità poetica e la difficoltà dovuta alla malattia. Malattia mentale che la portò al ricovero di un mese a Villa Turro nel 1947. Lei stessa ne ha sempre parlato e scritto definendo la sua sofferenza psichica come "ombre della mente". Nel tempo ha saputo convivere con queste "ombre" e, anzi, per certi versi il dolore che ha attraversato le è servito per scandagliare più in profondità l'animo umano.
Così Alda Merini ha spiegato al nostro Antonio Gnoli l'uscita dalla malattia, in un'intervista a Repubblica : "Per me guarire è stato un modo di liberarmi del passato. Tutto è accaduto in fretta. L'ultima volta che sono stata all'Istituto che mi aveva in cura per depressione mi è accaduta una cosa che non avevo mai provato. Una mattina mi sono svegliata e ho detto: che ci faccio io qui? Così è davvero ricominciata la mia vita. Ho ripreso a scrivere e ho perfino trovato quel successo che non avrei mai pensato di ottenere". Sul successo Alda ride con voce roca e lenta e poi aggiunge: "Il successo è come l'acqua di Lourdes, un miracolo. La gente applaude, osanna e ti chiedi: ma cosa ho fatto per meritare tutto questo? Penso che la folla, anche piccola, che ti ama ti aiuta a vivere. In fondo un poeta ha anche qualcosa di istrionico e di folle. Per questo il manicomio è stato per me il grande poema di amore e di morte. Ma anche questo luogo oggi è distante. Mi capita a volte di rivederlo in sogno. Io sogno tantissimo. E tra i sogni ne ricorre uno: sono dentro a un luogo chiuso, e io che cerco le chiavi per uscire. Forse sono mentalmente ancora in quel luogo che mi ha ucciso e mi ha fatto rinascere. Mi sento una donna che desidera ancora. Oggi per esempio vorrei che qualcuno mi andasse a comprare le sigarette. Non ho mai smesso di fumare, né di sperare".
Fin dai primi anni del suo lavoro poetico, conobbe e frequentò maestri come Quasimodo, Montale e Manganelli che la sostennero e promossero la pubblicazione di sue opere. Dopo "La presenza di Orfeo" (e alcune poesie singole pubblicate in diverse antologie), escono "Nozze romane" e "Paura di Dio". La Merini, nel frattempo si era sposata con Ettore Carniti (1953) e aveva avuto la sua prima figlia Emanuela. Al pediatra della bambina aveva dedicato la raccolta "Tu sei Pietro" (1061).
Comincia qui un altro periodo difficile costellato di ricoveri dolorisissimi e di ritorni a casa sempre difficili ma anche allietati dalla nascita di altri tre figli. Con un lungo periodo al "Paolo Pini". Dal 1972 al 1979 la situazione, a poco a poco migliora e la poetessa torna a scrivere. E, con grande coraggio, racconta in poesia e prosa la sua esperienza ("La Terra Santa").
Rimasta vedova nel 1981, si risposerà con il poeta Michele Pierri (1983) e con lui andrà a vivere a Taranto e ancora incontrerà i fantasmi della sua mente. Nel 1986 tornò a Milano dove ha sempre vissuto fino alla morte. E di questo ultimo ventennio sono la maggior parte delle sue opere più note: "La vita facile", "La vita felice", "L'altra verità. Diario di una diversa", ""le parole di Alda Merini", "Folle, folle, folle d'amore per te", "Nel cerchio di un pensiero", "Le briglie d'oro" e tante altre. Compreso "Superba è la notte" un tentativo di Einaudi di sistemare le poesie scritte tra il 1996 e il 1999.
Sul suo sito, accanto alla foto con i capelli scarmigliati, lo sguardo profondo e l'immancabile sigaretta in mano, tre versi: "(Sono una piccola ape furibonda.) Mi piace cambiare colore. Mi piace cambiare di misura".
I frati francescani di Assisi, raggiunti dalla notizia, si sono riuniti in preghiera: "La comunità francescana del Sacro convento di Assisi affida al Signore l' anima della poetessa Alda Merini e partecipa al dolore di chi sta soffrendo per la sua perdita". Lo ha detto il custode del Sacro convento, padre Giuseppe Piemontese.
Tra la Merini e i francescani, infatti, c'era un rapporto particolare che, in qualche modo, faceva parte del suo più recente modo di essere con quella sua straordinaria apertura al mondo più semplice e alle altre arti meno "colte". Circa due anni fa, infatti, nella Basilica superiore, si tenne un concerto di Lucio Dalla ispirato ai versi di Alda Merini. Lei ne era orgogliosa e i francescani si erano innamorati di questa donna e del suo modo scontroso ma dolcissimo di esistere.
|
|
|
ANCORA UNA VOLTA NELL'APPROSIMARSI DEL QUATTRO NOVEMBRE, FESTA DELL' UNITA' NAZIONALE, I VERDI VOGLIONO RICORDARE TUTTI I MORTI DELLA GUERRA DA QUALUNQUE NAZIONE PROVENISSERO MA SOPRATTUTTO VOGLIONO RICORDARE CHE QAULUNQUE GUERRA E' SOLO UNA INUTILE STRAGE ( BENEDETTO XV)
|
|
|
Venerdi 30 ottobre dalle ore 17 – Piazza Mameli –
Presidio simbolico per il passaggio della Marcia Mondiale a Genova 10 novembre...
Percussioni del gruppo Kalafrica
Venerdì 6 novembre ore 20,30 – Sala Mostre Palazzo della Provincia
Incontro pubblico con alcuni “Testimoni di Pace” :
Simone Marcocci – studente Universitario
Don Adolfo Macchioli – direttore Caritas Diocesana Savona Noli
Zahoor Ahmad Zargar – comunità islamica Savona
Carla Nespolo – comitato nazionale ANPI
Lidia Menapace – movimento pacifista - saggista –
ADERITE, NON PERDIAMO LA SPERANZA
il Coordinamento provinciale Marcia Mondiale Pace e Nonviolenza
la marcia mondiale per la pace e non violenza è un progetto che si realizza grazie al contributo di tutte le persone che aspirano a costruire la pace ed un mondo nonviolento
|
|
|
|  |
|
LE NOSTRE CAMPAGNE
|

|
|
|
GALLERIA IMMAGINI
|

|
|
|
CALENDARIO
|
| L |
M |
M |
G |
V |
S |
D |
| |
|
1 | 2 | 3 | 4 | 5 | | 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | | 13 | 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | | 20 | 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 | | 27 | 28 | 29 | 30 | |
|
|
|
|
|
|